Marte e la coppa


Io volevo una vita su Marte
tu un martedì di coppa,
la brocca piena 
quella entrambi,
il rombo della notte che galoppa 
addosso ai suoi cani
e il pianto trattenuto della nebbia.
Che rabbia
l’aver dovuto restare lontani
tutto il tempo
necessario
alla ricerca degli arcani,
e che presunzione
la prossimità eterna.
Quale calvario
di morte alterna
fu anche anelare
a una più consumistica trascendenza,
l’abbiamo appreso
piegando il gusto
alla qualunque della circostanza.
E allora pensa,
c’è voluto tutto questo
il lancio storto ripetuto all’immobile canestro
per capire cosa?
Che sei tu lo straniero in questa mia terra
il presente storico,
l’atroce guerra,
senza la quale non c’è parto eroico,
né pallido guscio
che dischiuda la perla.
E che alla fine i marziani
sono uguali ai napoletani
o ai loro fratelli romani,
che anche i nazisti erano cristiani.
O più semplicemente sapemmo,
senza neanche doverlo capire,
che quando il giorno finisce e arriva l’imbrunire,
finché potremo scambiarci i fiati,
poco importa se sarà difficile
addormentarsi incastrati. 

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