A cosa serve la laurea in Italia?


Barbara Gigante

Lobiettivo strategia «Europa 2020» prevede che tutti i Paesi membri arrivino per quella data ad avere una percentuale di laureati pari al 40%. In Italia guardiamo la classifica con il naso all’insù, rivolto a quel numero lontano, per noi fermi al 26,2%, secondi solo alla Romania con il 25,6%, dati Eurostat, aggiornati al 2016.

Il 21 settembre scorso, il presidente della BCE Mario Draghi, al Trinity College di Dublino, ha parlato del fardello della disoccupazione giovanile, indicandone le cause anche nell’assenza di formazione professionalizzante, flagello di Paesi quali Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, notoriamente agli ultimi posti anche nella ripresa del mercato del lavoro. Il suo consiglio ai giovani? Quello di essere creativi e direi che non poteva fare altrimenti, visto che, se non c’è lavoro, molto banalmente te lo devi inventare.

C’è un altro fattore da tenere in conto, quello per il quale i nostri migliori studenti, appena terminato il percorso universitario spesato dai contribuenti italiani, vanno a fare la fortuna di altri Paesi, che si ritrovano professionisti senza aver speso un centesimo per formarli. Questo perché diamo per scontato che tutti abbiano diritto allo studio e poi pensiamo invece alla Ricerca, quella che in qualunque altro posto nel mondo crea innovatività e occupazione, come a una spesa onerosa e inutile.

Da un lato, quindi, vorremmo più laureati in Italia, dall’altro non c’è mercato del lavoro che possa assorbirli. Forse per questo oggi si guarda al titolo con molto più sospetto di quanto non si facesse in passato. La laurea sta diventando un pezzo di carta? Di getto sembrerebbe di sì.

Il dato più scoraggiante è che a cementificare la convinzione che laurearsi sia per i Robinson Crusoe disposti al viaggio senza ritorno ci pensano le istituzioni.

E’ certamente vero che la storia sia infarcita di casi in cui uomini rivoluzionari hanno cambiato il mondo prima ancora di poter conseguire un titolo. Non stando al di fuori dell’Università, però, ma bruciandone le tappe: è il caso di nomi quali Bill Gates, Steve Jobs e Mark Zückenberg. Praticamente i tre uomini responsabili più di chiunque altro del cambiamento epocale che stiamo vivendo non hanno mai portato a termine l’Università di Harvard, dove avevano avviato le proprie carriere. Hanno ricevuto successivamente la laura honoris causa, ma non si può dire sia lo stesso. Nomi illustri tutti italiani sono invece quello di Roberto Benigni, Enrico Mentana e (udite, udite!) Piero Angela.

Sembrerebbe che la sagacia, l’intuito, l’intelligenza e la genialità non necessariamente passino per le accademie, ma trovino talvolta il modo di distinguersi a modo proprio.

Resta il fatto che l’Università sia un’istituzione a tutela del sapere, cristallizzato e custodito in quelle cattedre, tramandato di generazione in generazione e che per questo costituisca un bene prezioso, il cui prestigio è da tutelare e difendere strenuamente. Per dirla in parole povere, l’eccezione non va confusa con la regola. Esistono i jazzisti, ma anche solo per rinnegarla, devono necessariamente essere passati per la musica classica.

L’università di Harvard, per altro, è talmente selettiva all’ingresso che il solo fatto di averci messo piede potrebbe considerarsi sufficiente garanzia a che il percorso istituzionale sia stato rispettato.

Mentre ci si affanna a perseguire ciecamente l’obiettivo del 40% di laureati in ogni Paese dell’UE, il nostro Parlamento è infarcito di gente che la laurea non sa neanche cosa sia. E’ il caso del leader del Caroccio Matteo Salvini (ma in fondo nessuno se ne meraviglia) o di Giorgia Meloni. Non c’è bisogno della laurea neanche per fare il ministro del Lavoro, come ci insegna l’agrotecnico Giuliano Poletti. Servirà per fare il ministro della Sanità e dedicarsi alle delicate questioni inerenti alla Medicina? No, neanche, parola di Beatrice Lorenzin. Vabbè, allora, ditemi che sarà condizione necessaria almeno per chi si occupa d’istruzione! E invece la Fedeli sta bene là, senza uno straccetto di carta, a parlarci di quanto innovativo possa diventare l’uso dello smartphone in classe, senza avere la benché minima idea di cosa sia una tesi e come si discute, quanta concentrazione richieda e se uno smartphone sia in qualche modo in grado di aiutarci a realizzare il percorso che sostiene il suo perseguimento.

I 5stelle non avrebbero dovuto dare un segnale di discontinuità con la vecchia classe politica? A giudicare dalla candidatura a premier di Luigi Di Maio pare proprio di no. Secondo i 5stelle la laurea non serve neanche per fare il Presidente del Consiglio. Non so come la pensiate voi, ma a me la situazione sembra grave e gravosa.

Possiamo anche tollerare qualche genio fuori dal coro che, senza bisogno di passare per una formazione scrupolosa, riesca lo stesso ad apportare un contributo alle nostre vite quotidiane. Il problema sorge nel momento in cui è un’istituzione a delegittimarne un’altra.

L’Università è un’istituzione ben più antica della stessa Repubblica italiana. Il fatto che per entrare nella seconda con ruolo attivo non sia necessario passare per la prima è quantomeno sintomatico di un cortocircuito tra parti formanti dello stesso organismo. Le istituzioni in teoria dovrebbero legittimarsi a vicenda, non sussistere senza dialogare tra loro. Vale per potere giudiziario e potere legislativo tanto quanto per il resto.  L’Università non ha di per sé possibilità d’intervenire nel bilanciamento dei poteri che rendono tale una democrazia, non di meno, però, è cane da guardia della cultura, suo crisma, ampolla dove la sabbia del tempo scorre senza dissiparsi. Potete immaginarvi tutto il sapere lasciato a se stesso? Se sparpagliato e frammentato come i raggi di sole, illuminerebbe ugualmente?

Dobbiamo chiederci se crediamo ancora, nel 2017 d.C., che l’Università fornisca alle istituzioni contributo portante e fondamentale, formando i cittadini che la compongono, dunque che in essa si esprimono votando.

Se la risposta è sì, dovremmo accettare molto meno (direi quasi affatto) che chi è ai vertici di queste istituzioni bypassi uno step senza il quale ai comuni mortali non è dato avvicinarsi a nessuna attività professionalmente intesa. A cosa serve affannarsi dietro una percentuale ancora così lontana di laureati in Italia, se il messaggio che lanciano le istituzioni stesse è che il carisma, la mediaticità, il salire sul carro del vincente al momento giusto, l’attaccarsi alla giacchetta di qualche politico quando ce n’è bisogno, in Italia funzionino molto di più che farsi uscire gli occhi da fuori sui libri?  

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