Beer pub e ripresa! Com’è andata a Roma?


Il primo giorno di ripartenza accende una luce di speranza negli occhi provati di proprietari di pub e birrifici

di Barbara Gigante

E’ un giugno in anticipo questo maggio romano: invita a riappropriarsi degli spazi urbani lasciati in disuso per mesi. Chi davvero fosse rimasto sempre chiuso durante la quarantena si ritroverebbe a passare dal maglione di lana alla canotta. La conseguente sensazione di star uscendo da un buco spazio-temporale non è piacevole, eppure è un giorno che s’è atteso tanto, questo 18 maggio, perché sarebbero tornati alla vita anche pub e ristoranti, simbolo per eccellenza del fluire sociale. Nessuno sapeva realmente cosa aspettarsi e per strada la sensazione è che sia cambiato tutto per non cambiare niente. Lo dice, prima di ogni altra cosa, il traffico: se comunque non te la stai cavando male a spostarti da una parte all’altra, allora o Roma ha perso la sua quintessenza imprecazionista oppure della normalità ancora non si vede che l’ombra.

Innanzitutto, ci sono cambiati gli orari. La sera in giro non c’è ancora nessuno, intorno alle 22:00 è già calato il silenzio; passeggiando da sola in una città innaturalmente quieta, ho potuto origliare i passanti, per la maggior parte delusi dalla scarsa risposta della città all’aprite le gabbie.  

«Ma è lunedì, che t’aspettavi?» – chiede un ragazzo sulla ventina alla sua amica, mentre procedono a passo svelto intorno alla Piramide Cestia.

«Ho capito ma è il lunedì della ribalta!» – gli risponde lei, chiaramente insoddisfatta.

Ho sorriso nel pensare a quell’ingenuità del credere che, pure se a un metro, tutti ne avremmo approfittato per assalire le strade. Non è stato così, chiaramente, dal momento che il corona virus è ancora lì fuori. Ciò è stato un bene, perché ha permesso ai gestori dei locali di adattarsi alle nuove regole. E’ proprio da loro che viene il messaggio più rincuorante sulla ripartenza:

«E’ un po’ strano che devi metterti a separare la gente, vedere chi è venuto con chi, ma oggi è andata bene, le persone sono state educate» – mi racconta Edoardo del So Good, piccolo pub di birra artigianale su Viale Aventino dagli ottimi bagels. Quando arrivo è già tardi, ma restano aperti, perché i tavoli sono pieni e la gente non accenna ad andarsene. Sapendo che non ci si può rifiutare, le persone chiedono da mangiare oltre l’orario, un po’ se ne approfittano, ma va bene: purché tornino a circolare due spicci che a oggi, dopo due mesi di stop, si fanno fatica a trovare.

Lo spazio esterno al locale consente facilmente la gestione del flusso, per quanto l’esperienza più desolante sia questa: uno va in un pub per vedere gente, scambiare due parole su argomenti d’interesse comune, sorridere agli estranei, qualche volta sperando che si avvicinino. Tutto questo, cioè quella che chiamano l’esperienza del pub, è fortemente messo in discussione in questo momento. Anche se la gente ha una gran voglia di parlare, si approfitta del momento per fare battute su tutto e sono gli attimi in cui più mi scopro innamorata della mia gente: ho un viscerale bisogno di entrare in comunicazione con gli altri, che gli italiani si prendano confidenza è qualcosa che non vorrei mai cambiare! Le mascherine, poi, offrono spunti comici: saluto un ragazzo convinta di conoscerlo, ma presto mi scuso, alla luce non c’entrava niente con il mio amico! Ne segue una risata e la considerazione che è un ottimo metodo di rimorchio. Anche se devi comprare a scatola chiusa, perché non si sa bene tolta la mascherina che ci trovi!

Dall’altra parte di Roma, a Conca D’Oro, tra i primi a riaprire i battenti c’è il Tufo, altra birreria artigianale il cui nome è dedicato allo storico quartiere Tufello, nella stessa zona.

«La ripartenza è stata ottima, considerando che è un lunedì la risposta c’è stata e parecchia – mi dice Alex – chiaramente c’è tendenza ad uscire prima, ma verso le 23:30 ancora c’è gente».

Gli chiedo se abbiano incontrato difficoltà:

«No, perché ci viene incontro il clima: già a maggio dentro ai locali non ci entri, la maggior parte della gente è rimasta fuori. Tra gruppetti si sono distanziati e hanno seguito le regole».

Che staremo diventando un popolo civile oppure pur di uscire ci adeguiamo a tutto?

Anche nei birrifici, quelli dotati di tap room, s’inizia a riassaporare un po’ di fermento. Come da ECB, sigla che sta per Eternal City Brewing, birrificio artigianale inequivocabilmente romano, che si trova sulla Pisana. Maurizio, detto er pomata, cioè il birraio, mi racconta della prima serata:

«Abbiamo sistemato tutti i tavolini alle distanze che ci hanno raccomandato, è andata bene. Nonostante non avessimo pubblicizzato la riapertura, la gente è venuta e ha risposto. Ancora stanno qua! Non il solito pienone di questi periodi negli altri anni, però la gente c’è, è uscita e questo è un buon segno. Aspettiamo di vedere in settimana come andrà».

Così anche al birrificio Ritual lab, complice l’ampio spazio esterno circondato dal verde, c’è stata una risposta di pubblico inaspettata, che ha messo di buon umore tutta la squadra di Formello:

«Era gente nuova, questo mi fa davvero piacere! Non solo amici che vengono a darti una mano, ma vero pubblico» – commenta all’indomani Roberto Faenza, detto Bob.

Qualcuno degli storici innaffiatoi di birra di quartiere, invece, è rimasto chiuso, ma promette di ritornare in forma smagliante. Come l’Hey Hop di Garbatella, che tornerà aperto al pubblico tra mercoledì e giovedì:

«Nessuna presa di posizione. Ci stiamo solo riorganizzando per affrontare questo momento storico eccezionale!» – mi rassicura Dario.

Vendere birra artigianale significa stare dietro agli standard di un prodotto che non può essere stoccato troppo a lungo e una volta aperto chiede di essere consumato in tempi brevi. Lo sforzo da parte di chi si occupa del settore è quello di mantenere standard qualitativi sempre altissimi, anche perché il pubblico degli appassionati craft è molto esigente e non perdona dèfaillance. Quando vi chiederete dove andare a bere in questi giorni ricordatevi che scegliendo birra artigianale state favorendo una filiera corta, assicurandovi che dia da mangiare a persone del luogo, che pagano le tasse in Italia e che soprattutto si adeguano a pagare i lavoratori secondo il sistema contributivo italiano e le garanzie di tutela offerte dal nostro Paese. 

Questo è il mio personale invito patriottico: bevete artigianale italiano! Il momento storico particolare ci chiama a un senso di responsabilità anche nei consumi. 

 

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