Cartolina dal Perù


Barbara Gigante

         Lima ha la pancia di burro: una coltre fitta di nubi schiacciata tra le Ande e l’oceano le tappa la volta sopra le teste. Così la chiamano Lima la gris (grigia), anche d’estate, che è estate quando invece da noi è inverno. Non per questo le sue lunghe coste sono meno fascinose. Io le ho viste a giugno, d’autunno, e mi sono piaciute durante il temporale, tinte di viola, mentre i fulmini facevano le mèches al cielo.

Il suo centro ha l’architettura coloniale di altre città del Sud America ma, rispetto, per esempio, a Città del Messico, mi sembra la ricchezza vi sia meglio distribuita: da quando negli anni ’90 è stato estirpato il terrorismo ha ricominciato a cibarsi di turisti, i parchi sono di nuovo pieni di panini e gelati in mano alla gente comune. Tutto ciò ancora sembra incredibile persino a chi ha solo 40 anni e si ricorda della sua città deserta per paura delle autobombe.

Oggi non è più così, ci sono quartieri popolari come baraccopoli tipiche del terzo mondo, ma ci sono anche la boema Barranco o l’adiacente, borghese, Miraflores a far sperare che la povertà possa estinguersi un po’ alla volta. Ad ogni modo, per noi che contiamo i piccioli in euro e non in soles, soggiornare a Lima è una vera pacchia.

Il cibo è commovente: con due euro si può mangiare un menù completo, che di solito si apre con un’insalata mista immancabilmente ricoperta di palta (avocado succoso come noi possiamo solo sognarlo), seguita da un piatto principale, riso a contorno e proteine, magari un pollo ruspante che ancora bisogna faticare a staccargli la carne dalle ossa. Mentre si è intenti in questa operazione, il pensiero corre a quello confezionato nei supermercati europei, bombardato di ormoni, che si sfascia al primo tocco di forchetta come tonno in scatola.

Le distanze di una metropoli con 10 milioni di abitanti sono certamente immense, ma se ci si sposta a tappe, per luoghi d’interesse, una corsa in Taxi o con Uber vale l’equivalente di 2,50 euro. Un autobus veloce e frequente, con una corsia dedicata, sostituisce la metro, ma i taxi sono la vera esperienza mistica: ferraglie uscite fuori produzione negli anni ’70 che manca poco l’insegna ce l’abbiano scritta a penna. Se ti sporgi sul ciglio della strada per cercarne uno te ne ritrovi davanti sette-otto, stretti con il muso rivolto a te, pesciolini attorno alla mollica di pane. Non ne capivo il motivo, sapendo che te ne serve solo uno perché arrivano in cento? Perché a Lima si contratta su tutto, per un soldo di meno si fa a gara a chi ti ci porta. Non riesco a tirare su un prezzo simile, mi viene da lasciargli anche la mancia, ma mi rendo conto per loro siano tariffari sufficienti a coprirsi la giornata. Il traffico è delirante, sono salita su quelle carrette sempre a mani congiunte, appellandomi alle divinità locali. Ai pedoni, invece, del traffico non importa nulla: in momenti emulanti un suicidio di massa, folle di persone sgusciano prepotentemente in strada costringendo le macchine a fare lo slalom per evitare di schiacciarle come sembra vorrebbero. Non dimentico quell’autobus, che una volta scattato il verde, ha accelerato di colpo su una massa di persone che ancora attraversavano costringendole a correre, un mandriano impazzito dietro alle proprie pecore. Anche questo è il suo folklore.

Il Perù, con i suoi cavalloni che di Pacifico hanno solo il nome, piace di certo agli amanti del Surf, oltre a chi vuole ripercorrere le tappe delle antiche civiltà precoloniali. Piace anche a chi ama i colori e la gente che saluta e vuole sempre che tu risponda. Pullula di tradizioni, ha tanti balli tipici diversi e la musica criolla, mix di tradizione africana, andina ed europea, ancora si ascolta nelle balere.

Distese chilometriche di deserto a sette ore di autobus dalla capitale portano alle linee di Nazca. Per osservarle dall’alto, un volo di mezz’ora in una ferraglia assemblata che chiamano aeroplanino, la mancia pretesa dal pilota arrogante. Lì non puoi essere un viaggiatore, sei solo un turista. Provi a scacciare questa sensazione, ma ha già rosicchiato la poesia di quel luogo primigenio. Più o meno la stessa che si prova

veduta sulla cittadella di Machu Picchu

all’ingresso di Aguas Calientes, il paesino nato a ridosso di Machu Picchu, anche se la meraviglia di quel posto ti ripaga di qualunque oltraggio turistico si possa subire. Aguas Calientes è un villaggio in mezzo al quale passa una ferrovia, perché se la gente non arrivasse da quel treno tutto ciò che gli sta intorno non esisterebbe. Quella zona, fino ai primi del ‘900, la conoscevano e abitavano solo gli indigeni.

«Non è stato scoperto niente, c’era già» – è la prima cosa che ti dicono, ricordandoti l’arroganza di una cultura che parla di scoperte rispetto a luoghi che hanno sempre avuto una loro identità e che non aspettavano certo d’esser svelati agli occidentali per venire all’esistenza. Questo complesso eterno tra la madrepatria spagnola e la provenienza Inka è uno stigma che in quei luoghi si porta addosso come una ferita irrimediabile. Si è un po’ questo e un po’ quello, ma senza mai placare la conflittualità intrinseca nel discendere della vittima e del carnefice insieme.

Se pensavate la Corrida fosse una pratica brutale, aspettate d’imbattervi in qualche rappresentazione della festa Yawar. Un condor, animale simbolo della cultura Inka, viene catturato, poi legato addosso a un toro, allegoria dell’ispanità, affinché lo uccida a beccate. Se invece a morire è il condor, allora si crede una disgrazia inevitabile cadrà sulla comunità. Ancora oggi, nel mese di luglio, così si “festeggia” nella regione di Apurìmac.

A Cusco, bomboniera delle Ande, questa ambiguità si fa ancora più forte. Le sue casette rosse, spesso con i mattoni a vista perché stuccarle costa troppo, sono distribuite sulle protuberanze che circondano la piazza principale, ricca di chiese. Di notte l’abbracciano come una mantella costellata di luci. Qui si può visitare il tempio del sole, divinità minore ma rivestita d’importanza dagli equinozi che indicano quando per l’uomo è pronta la terra. Anche gli Inka avevano un dio superiore, signore del cielo e della terra, quindi anche del sole e di sua moglie, la luna.

La guida che ci illustra il tempio è fiera di farci notare che, a seguito del terremoto degli anni ’50, la ricostruzione coloniale che aveva convertito il tempio in convento domenicano è crollata. E’ rimasta in piedi la base, invece, costruita dagli Inka, inventori dei lego. Sì, la particolarità delle costruzioni nobiliari, dunque anche destinate ai luoghi di culto, era quella di assemblare grosse pietre levigate e lavorate a incastro, in modo che potessero reggersi senza aggiunta di alcun collante tra l’una e l’altra. Questo impressionante prodotto dell’ingegno architettonico ancora oggi resiste, in una delle zone più sismiche della terra. La guida sorride fieramente nel raccontarcelo:

«Questa è la differenza tra l’architettura Inka e quella degli inca…paci» – ribadisce tutto contento.

Dalla contraddizione d’esser spagnoli ma non troppo nasce la bevanda tipica peruviana, il pisco. Un distillato di uve, non invecchiato quindi più simile all’acquavite che al brandy. Secondo la ricostruzione più attendibile, l’uva fu introdotta dagli spagnoli nel XVI secolo, che tuttavia proibirono alle colonie la produzione di vino, destinato unicamente alla madrepatria. Alle colonie non era consentito impiantare manifatture di qualsiasi tipo, commerciare fra loro, piantare viti. Così nacque questo superalcolico delizioso, ormai patrimonio indiscutibile della tradizione peruviana.

                Nonostante abbiano subìto per lungo tempo le imposizioni coloniali della Spagna, l’esterofilia dei peruviani è quasi imbarazzante nei confronti degli europei. Sembra qualsiasi cosa venga dall’Europa sia sinonimo di qualità, incluse le persone. Questa sorta di complesso atavico li rende sempre reverenti nei confronti dello straniero occidentale. Ti ammirano a prescindere, ti osservano per stanare l’ultima moda che venga da lontano e copiarla. Esterofilia che scompare di fronte all’immigrazione venezuelana, di cui molti peruviani si lamentano instancabilmente.

Del Perù mi resta addosso questa altalena d’amore e odio per l’estraneo, sulla quale ho dondolato per un paio di settimane. A distanza di un mese dal mio ritorno in Italia, ho ancora gli occhi pregni della sua vegetazione mozzafiato, delle montagne più alte, delle vallate scoscese. Mi resta dentro la sua storia, insieme dichiarata e mistica. Penso a quelle tradizioni nate per staccarsi le catene del colonialismo, all’emozione negli occhi della gente, vecchi e piccini, per aver avuto l’occasione di competere per la coppa del mondo a distanza di 36 anni dall’ultima volta. Il mio armadio ancora più colorato dagli acquisti fatti, il cotone pregiato, il cuoio lavorato a mano. E anche questa volta posso dire: per fortuna che ho la fobia dei volatili, ma non quella di volare!

 

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