Cosa significa femminicidio

Cosa significa femminicidio


Barbara Gigante

Lo ammetto, questa parola faceva schifo anche a me. Mi sembrava contenesse quella stessa condizione che si proponeva di estinguere. Poi l’ho analizzata meglio e ho capito che è solo interpretata nel modo errato, purtroppo in maniera diffusa.

Chiariamoci: femminicidio non significa “uccidere una femmina”.

Così come parricidio indicava originariamente qualcosa di più lato dell’uccisione del proprio padre (dal latino pater, padre, unito al verbo ceduo, uccidere, usato per inquadrare qualunque delitto avvenisse tra parenti stretti), anche la parola femminicidio ha una connotazione che potrebbe non essere così intuitiva a partire dal vocabolo.

Innanzitutto non è un termine concepito in Italia. E’ nato negli anni ‘90 dalla mente della criminologa sudafricana Diana Russell, che l’ha usata per descrivere non l’omicidio di una donna, ma quello cagionato proprio perché chi lo compie considera la donna solo una femmina. Al momento della sua ideazione, il vocabolo in inglese era feminicide (anch’esso si rifà al latino) e di certo non si è pensato a quanto male avrebbe suonato tradotto in altre lingue (specialmente neolatine). Quando parliamo di femmina, almeno in italiano, intendiamo il corrispettivo di genere di una data specie che ha il suo opposto nel maschio. Chiamare le donne “femmine” non è un dettaglio, un venticello semantico che soffia spettinando le sillabe, ma un radicale cambio di prospettiva.

Le parole hanno un potere evocativo fortissimo. Tramite il linguaggio suggeriamo risposte e poniamo domande, a disconoscere l’interconnessione tra linguaggio e azione se ne resta schiacciati. Le parole e il pensiero pratico sono così intrinsecamente legati che i greci antichi coniarono apposta il termine Logos, che era sì una parola, ma anche una parola carica di precetti, dai contorni indefinibili e da quel momento perennemente sotto indagine. I vocaboli, le espressioni, i modi di dire, tutto questo ha una storia, la storia di come abbiamo messo in ordine il mondo, di come ci è stato consegnato.

Se la donna è solo una femmina allora sarà soggetta alle leggi di natura (o presunte tali) che le assegnano un ruolo ben definito e coefficiente al soddisfacimento degli interessi della specie, passando per quello del suo corrispettivo dominante: il maschio. Se una femmina non figlia, non si rimette alla forza del più grosso, non vive in funzione del nucleo familiare e non soddisfa il maschio è una femmina contronatura e allora può essere eliminata perché non funzionale al sistema.

Lo scopo del concepimento della parola femminicidio era nobile: far capire che ci sono omicidi compiuti a causa di una profonda svista culturale nell’intendere il rapporto relazionale tra due individui di sesso opposto. Si fa riferimento a chi vive l’attaccamento al partner come si trattasse di una sua proprietà. E’ un retaggio antico e pervenuto ai giorni nostri. Fino all’81 (1981, non ‘800 si badi bene) in Italia il delitto d’onore e il matrimonio riparatore erano codificati dalla legge. Insomma, abbiamo abolito quello che oggi chiamiamo femminicidio solo negli anni ’80. Ha fatto prima Raffaella Carrà a mostrare l’ombelico al mondo, che noi a scandalizzarci s’ammazzasse la consorte in ragione di un tradimento.

Se la donna è solo femmina, allora il maschio potrà affermare una forma di stato di natura, in cui egli sarà il capo le cui esigenze la femmina è chiamata a sopperire. Guardandosi intorno nel regno animale vedrà leoni che si accoppano a vicenda per dimostrare all’esemplare femmina chi è il migliore e più degno di trasmettere il suo genoma, pensando di doverli imitare. Noi insistiamo a chiamarci uomini e donne, invece, perché vogliamo stabilire una distanza da tutto questo. Pensiamo, senza sapere di doverlo prima di tutti a David Hume, che ci sia differenza tra quello che in natura s’incontra e quello che riteniamo giusto. Non è che se la gazzella più debole viene sacrificata alla legge del più forte allora è automaticamente così anche per gli uomini: noi costruiamo pedane per agevolare il passaggio di chi è in carrozzella, quindi più debole, senza considerare la sua vita una limitazione allo sviluppo del nostro DNA.

Quindi il punto non è se la donna, riportata allo stato di natura, si comporterebbe come una semplice femmina, questo non c’interessa affatto. Pensiamo invece che siamo noi stessi, tramite il linguaggio appunto, a stabilire i contenuti del concetto di uomo e donna. E si dà il caso che abbiamo deciso tutti insieme o almeno quella è la direzione verso cui vogliamo guardare, che la donna, a differenza della femmina, abbia tutto uno spazio di variazione comportamentale che va dal rotolarsi nel fango al chiaro di luna allo scodinzolare in minigonna se ci aggrada, senza che nessuno possa per questo eliminarci dalla faccia della terra. Il tutto distinto dalla possibilità di affermare che una gonna troppo corta in determinate circostanze risulti volgare. E’ un concetto che parecchie persone, vittime di un modello culturale obsoleto quanto macista, fanno fatica a capire.

Forse allora c’era davvero bisogno di questa nuova parola, per far sì le persone guardassero le cose in diversa luce: le donne non sono solo femmine, messe là dal creatore per soddisfare i desideri del maschio e essergli fedele nei secoli. E questo per fortuna apre a nuove prospettive, per esempio quella da me tanto agognata in cui si smetterà di distinguere tra ciò che concerne un uomo e ciò che sta bene faccia una donna. A una condizione però. che il sessismo scompaia da entrambi i lati: sia quando afferma che “le donne sono tutte troie”, sia quando risponde che “gli uomini fanno tutti schifo allo stesso modo”. La trovo un’ingiustizia a doppia punta, che porta con sé un disvalore su tutti: giustificare i peggiori in nome del fatto che così fan tutti. Invece no, il modo in cui ci comportiamo è filtrato da quello che crediamo sia possibile, incluso comportarsi lealmente, affermare i propri diritti e le proprie voglie, nutrire rispetto profondo per l’altro semplicemente perché lo si concepisce come un essere umano. La cosa da evitare come la peste è allora proprio questa: che siano le donne a identificarsi con le femmine e insistano a credere di non poter esser nient’altro.

Cosa significa femminicidio

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