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Il mambo delle Sardine


   di Barbara Gigante

Mattia Santori, a capo per caso del movimento per caso delle Sardine, ha detto che si ritira dalle scene e con lui tutta la corrente ittica:

Mattia Santori

Mattia Santori, leader delle Sardine

La resa viene certificata con un messaggio nella chat interna del movimento, rivelato da Repubblica. Mattia Santori, Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa e Roberto Morotti dichiaravano che avrebbero consegnato entro giovedì il “manifesto atteso da mesi” delle Sardine (ad oggi non pervenuto), per poi “prendere una pausa di riflessione”.

Il presunto ritiro, in realtà, arriverebbe dopo mesi in cui lo si era già abbondantemente dichiarato. La prima volta che Santori si era espresso in tal senso era il 26 gennaio:

«Non siamo nati per stare sul palcoscenico, ci siamo saliti perché era giusto farlo. Ma ora è tempo di tornare a prendere contatto con la realtà e ristabilire le priorità. Se avessimo voluto fare carriera politica l’avremmo già fatto. Per questo motivo non ci vedrete in tv o sui giornali.»

Sono passati mesi dal momento in cui ha fondato il movimento, o meglio, che ci si è ritrovato a capo, a seguito di un’adesione a una manifestazione, e da allora, Santori non ha mai smesso di andare in TV, di rilasciare interviste, di prendersi tutto quello spazio social che tanto contesta alla politica.

Queste stesse parole mi sembra tanto di essermele già bevute in salsa Cinque stelle. Sarebbe a dire: non vogliamo fare politica, spariremo appena terminato l’obiettivo, che inizialmente era far fuori Salvini (ma sta ancora là), poi è stato ridimensionato alle elezioni in Emilia Romagna.  Durante le quali, effettivamente, è stato scongiurato il pericolo di un’avanzata impietosa delle destre in una regione da sempre considerata roccaforte della sinistra. Chiuso il capitolo delle Regionali, non ci sarebbe stato motivo di continuare ad esistere, anche e soprattutto per non finire schiacciati in una narrazione che vuole le Sardine supporter del PD. Non è importato agli organizzatori, che pure si definivano privi di bandiera politica: di fatto, ecco che l’alimentatore social ha turbocatalizzato (per dirla come fa il biondo Fusaro) tanto di quel consenso che sarebbe stato un peccato sprecarlo.

Dunque si sono susseguite una serie di manifestazioni in tutta Italia, culminate con il “manifesto” proclamatorio in piazza San Giovanni, lo scorso 14 dicembre. Leggiamone i punti:

  1. Chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare.

Ottimo invito, nessun cenno alla sua realizzabilità pratica in termini di ridimensionamento della diaria per chi manca dal Parlamento.

  1. Chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali.

Peccato che non risolverebbe alcun problema, dal momento che le dichiarazioni del singolo politico ben poco hanno a che fare con l’appiattimento della politica stessa sulla dimensione comunicativa, che per essere contrastata dovrebbe prevedere la totale abolizione di internet.

  1. Serve trasparenza dell’uso che la politica fa dei social network.

La trasparenza che cercate trova argine nelle capacità retoriche e strategiche del singolo media manager o spin doctor a capo di una squadra di professionisti della  comunicazione.

  1. Il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti.

Quali fatti?

  1. La violenza venga esclusa dai toni della politica in ogni sua forma. La violenza verbale venga equiparata a quella fisica.

Erano partiti bene, ma resta fumoso il concetto e comunque dire “stronzo” a qualcuno non può equivalere a tirargli un pugno in testa, oltre al fatto che con la manipolazione psicologica si può infettare le menti senza alcun bisogno della violenza.

  1. Abrogare il decreto sicurezza.

Sono con voi, ma non basta. Non si può semplicemente abrogare qualcosa, servono riforme strutturali, un ripensamento profondo delle dinamiche, anche economiche, che regolano l’accoglienza.

Nonostante i media nazionali abbiano fatto coincidere l’azione di piazza delle Sardine con un sostegno alla politica di sinistra, in quella di San Giovanni, come ho avuto modo di costatare personalmente intervistando i presenti, nessuno dichiarava palesemente le proprie intenzioni di voto, al contrario: per averla resa generalista ed eliminare le bandiere, alla fine nessuno sapeva più da che parte stare. Non posso proporvi il video per motivi di copyright, ma il tenore delle dichiarazioni rilasciate era il seguente:

«Sei a favore del PD?»

«No. Sono contro il razzismo.»

«Ok, anche io, ma chi dobbiamo votare?»

«Non Salvini!»

Sostanzialmente, in quella piazza tutti sapevano cosa non dovessero fare e nessuno, però, sapeva cosa fare.

Indire una manifestazione contro il razzismo può essere condivisibile, forse neanche così ridondante alla luce degli episodi che stanno sconvolgendo l’America in questi giorni. Tuttavia, è come se ci avessero chiesto di partecipare a una manifestazione contro il male e a favore del bene: Wow, vengo subito. Viva il bene, viva l’amore! E poi però? Che significa esattamente? Come si traduce in azione? La domanda alla base di queste manifestazioni e che purtroppo sopravvive al passaggio in piazza della cavalleria inneggiante è: cosa dobbiamo fare?

Nessuno lo sa.

Nessuno degli interpellati ha saputo dire cosa suggerire al Governo in termini di politiche migratorie. Ho temuto pensando al proverbio “piazze piene, urne vuote” e il fatto che lì in mezzo c’era chi avesse votato per i Cinque stelle, chi per Potere al Popolo, chi per il PD, mi ha fatto pensare che come al solito l’ala del Paese che volesse sfuggire alla retorica anti-immigrazionista si sarebbe dispersa nelle mille declinazioni politiche di una sinistra scoordinata e mai compatta.

Da quel dicembre sono passati 6 mesi, abbiamo assistito alla scissione di  Ogongo, al flop della piazza tarantina, che ci ricorda quanto disillusi siamo da questo genere di iniziative, prive di qualsiasi ancoramento alla realtà e alla pragmatica dei fatti.

Per un attimo ho creduto se ne fosse accorto anche Santori, quando, appena cinque giorni fa, in occasione dell’ennesimo presunto ritiro dalle scene ha dichiarato:

«Non voglio assumermi la responsabilità di generare una massa di frustrati rabbiosi che passa più tempo sul web che nella vita reale».

Fantastico, ho pensato, forse un po’ di cervello questo ragazzo ce l’ha, non è solo protagonismo il suo. Avrà capito che non essendo riusciti a partorire una proposta che sia una in sette mesi, essendosi ridotta la loro opera al proselitismo facebookiano contro qualcosa e mai in favore di niente, finalmente avrà realizzato che non può essere quella la strada. Illusa. Io, ovviamente. Era solo un passo di danza, un mambo sculettante, uno spostamento d’aria: dopo appena due giorni il nostro Santori, ebbene sì, ci ha ripensato. Ecco la retromarcia:

«Abbiamo per le mani una creatura fragile, ma di rara bellezza. […] Non ce la sentiamo di perdere questa possibilità di partecipazione. Non ce la sentiamo perché riteniamo che ci sia ancora bisogno di riempire quei vuoti lasciati dalla politica»

Ma di quale riempimento parla? Cosa sta blaterando? Ci tocca assistere all’ennesima occasione sprecata di riorganizzarsi attorno a qualcosa di concreto, di ripartire dai programmi, di tradurre gli slogan in piani d’azione. Ancora una volta mi sento soffocare tra le maglie di un populismo fatto di parole e privo di qualsiasi aderenza alla realtà, indipendentemente che venga da Salvini o da un Santori qualsiasi.

Ho scoperto che entrambi, però,  a quanto pare, nel dancefloor della politica, sono ottimi ballerini.

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