App immuni

Il pasticcio dell’icona nell’App Immuni


T di Barbara Gigante

ra i cartelloni dei manifestanti che in questi giorni stanno sfilando nelle piazze degli States c’è una scritta che vedo comparire ricorrentemente. E’ la mia preferita e acquista maggior vigore se a sfoggiarla è qualcuno di attempato:

 I can’t believe I’m 77 and I’m still protesting this shit!

Tradotto sarebbe:

Non ci posso credere che a 77 anni sto ancora protestando contro questa merda!

Ce ne sono di diverse varianti, ma il concetto è chiaro: passano gli anni e ancora stiamo qua a dire ‘basta con il razzismo’. Stiamo sempre a parlare delle stesse cose. Ci si annoia a dover ribadire l’ovvio. Eppure se lo si fa è perché ancora se ne muore.

Così accade in Italia, tra le altre cose, per gli stereotipi di genere. Stiamo sempre a ritirare fuori la solita solfa trita e ritrita! Ma la verità è che ci costringete a parlarne! Ogni volta che uno vorrebbe archiviare il caso, è subito pronta la nuova polemica. Se ne parliamo, però, è perché sottende una nostra visione delle cose. Non lo ritengo dunque un argomento di serie b, come ci si è affrettati a dire che sia, riguardando “solo” l’icona dell’App ‘Immuni’, voluta dal Governo per monitorare il contagio da Corona virus.

Ne parliamo proprio perché è un’icona, che per sua definizione pretende di descrivere efficacemente ciò che rappresenta.

Quella ideata in questo caso per fare da front-page all’applicazione, inizialmente, prevedeva da un lato un uomo al computer (dunque intento a lavorare), dall’altro una donna con in braccio un lattante.

Il fatto che l’immagine della donna fosse interamente riassorbita in quella di madre con candida e inconsapevole idiozia, ha fatto sputare fuoco a un sacco di gente. Tra cui, immancabilmente, Laura Boldrini. Nutro per questa donna, che ha ridotto il femminismo contemporaneo alla crociata per cambiare sesso alla declinazione delle parole, tanta simpatia quanta ne proverei per una mutanda di paglia, tuttavia questa volta condivido il fatto si sia adoperata per far cambiare quel simbolo.

Peccato che il risultato non sia stato migliore, dal momento che il bambino è stato spostato come un pacco in braccio al padre, mentre la donna, adesso, è intenta a lavorare.

Mi sa che siamo tutti un po’ confusi. Questa storia dell’emancipazione, secondo me, non sappiamo più come la dobbiamo prendere. Proviamo ad analizzare una cosa per volta:

1.Il bambino è una zavorra? E’ qualcosa che ci impedisce di realizzarci come individui? Perché il fatto lo si sia palleggiato tra le due icone effettivamente lo suggerisce. Quindi alla fine di tutto questo spostamento di braccia, la figura che ne risulta più denigrata è proprio quella del povero bimbo, ai genitori del quale lo vedessero come una sorta d’impedimento chiederei: perché lo fate?

Una soluzione grafica decisamente migliore sarebbe stata quella di porlo al centro, come simbolo dell’unione tra due persone che parimenti se ne occupano. Oppure, semplicemente, mettercene due, uno vicino alla mamma e l’altro accanto al papà. Non perché siano delle palle al piede, ma come messaggio di condivisione delle responsabilità che la genitorialità implica. Senza svilirla in sé e per sé.

2.La seconda questione riguarda il ruolo del femminismo oggi, se non sfoci nella totale aderenza all’individualismo capitalistico. Un femminismo neoliberista, come scrive Nancy Fraser,  che celebra le imprenditrici. La donna dovrebbe abdicare al suo ruolo di madre, liberarsene, per realizzarsi professionalmente, sposando a pieno le dinamiche del Capitale e sacrificandosi ad esso. In questo senso, l’essere madri sarebbe da considerare come una sorta di ostacolo o comunque qualcosa da risolvere affinché non impedisca alla donna contemporanea di affermarsi nella scala sociale.

A mio modesto parere, ridurre il femminismo a questo delirio edonista è da pazzi ed è pericoloso, perché lo si perde come strumento d’indagine e d’indirizzo sociale.

C’è una cosa che vorrei far notare a monte. Avere figli può rientrare benissimo nell’individualismo capitalistico. Pensare che proliferare a sbafo sia opporsi alle dinamiche del Capitale è vano di fronte alle migliaia di donne che hanno fatto della loro narcisistica affermazione sociale l’unica missione di vita e tuttavia hanno inserito i figli nel coronamento di questa immagine di sé. La genitorialità può essere vista come prestanza, ci si può rincorrere, e di fatto succede, a chi meglio riesce a conciliare la vita lavorativa con le attenzioni, talvolta soffocanti, che si riservano ai pargoli. Per farne cosa, poi? Saldatini del Capitale, perfettamente inseriti nella società capitalistica per scalarne le vette. Siamo questo. Il Capitale assorbe tutto ciò che tocca. Fare figli non ci mette a riparo da niente.

 

E’ chiaro che il femminismo vada sempre stimolato a ridefinirsi, ma di base dovrebbe coincidere con lo svincolamento dai paradigmi e dai modelli tout court, dunque non suggerire un’alternativa contrapposta tra la casalinga e la donna in carriera, la porno star e la suora, piuttosto favorire un pluralismo di profili, in cui ognuno si cuce la vita addosso in base a ciò che ritiene prioritario per se stesso. La donna è offesa quando la si dipinge con il bambino in braccio non perché sia offensivo essere madre, ma perché è ancora percettibilmente soffocante il fatto che per secoli non abbiamo potuto essere nient’altro. Una maternità libera, scelta tra una miriade di altre alternative possibili, mi sembra una maternità più felice e responsabile di quella che avvenga sotto costrizione sociale.

Inoltre, perché volete ridurre una cosa tanto bella e vasta come la maternità all’essere madre biologicamente? E’ un limite, un altro recinto che abbiamo deciso di mettere. Ci sono moltissimi modi per avere dei bambini nella propria vita, per prendersi cura degli altri ed aiutarli a crescere, ci sono tanti modi di essere materni. Quell’icona è opprimente perché non li riconosce. Una operatrice che non abbia figli o non possa averne e decida di dedicarsi al sociale per riempire d’amore la propria vita dovrebbe essere meno madre di un’altra che ha sfornato due marmocchi e li ha piantati sul divano a guardare la televisione?

3. Terzo e ultimo punto urticante: la donna femminista non si starebbe ribellando alla visione medievale di angelo del focolare, piuttosto non si accorgerebbe di starsi ribellando alla “Natura”. Ecco, io quando sento la parola Natura nelle conversazioni inizio a sbarellare e mi viene voglia d’inseguire la gente per tirargli appresso i libri di Hume e abbozzargli nel cervello il concetto di fallacia naturalistica. Non c’è, per l’uomo, nessuna legge di fatto (o di natura) che si traduca in una situazione di diritto. In natura c’è di tutto, l’incesto tra animali, la pedofilia, in natura la selezione fa fuori il più debole per favorire la miglioria della specie, non per questo gli umani dovrebbero imitarla e buttare dal dirupo tutti i malati e gli storpi. Al contrario, costruiamo pedane per i disabili ed è questo che chiamiamo civiltà. La giustizia umana talvolta coincide con il ribaltamento di qualcosa di “naturale” che si trova intollerabile a lasciare com’è. 

Insomma, quella di Immuni sarà stata solo un’icona, ma ha rivelato tutta la cagnara che popola la testa degli italiani sull’argomento. Che poi, a voler essere onesti e fare una foto della situazione del nostro paese, il pupo avrebbero dovuto metterlo in braccio ai nonni. 

 

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