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Limiti della legge sui minori non accompagnati spiegata da chi ci lavora


Barbara Gigante«»

Eraldo ha gli occhi che sono punte di iceberg, le mani conserte e la vita in volto. Conosce le ferite aperte di Roma, le sue periferie e ora è tra i responsabili di un centro di accoglienza per minori stranieri alle porte della Capitale. Ha dimestichezza sia con la strada sia con i ragazzi, il che ha fatto di lui il candidato ideale per un punto di vista diretto sulla legge per l’accoglienza minorile, passata con grande strepito e squilli di trombe il 29 marzo scorso.

«Non capisco come abbiano fatto a spacciarla per un capolavoro» – è la prima cosa che mi dice quando vado a trovarlo sul posto di lavoro. Aspetto di scoprire il buonismo celato dal buon proposito, in fondo la legge si proponeva di farsi carico della tutela di tutti quegli adolescenti e bambini che arrivano in Italia senza alcuna figura genitoriale al loro fianco. Ci riuscirà con l’approssimazione cui i nostri politici ci hanno abituato, ma stavolta senza che nessuno o quasi se ne accorga.

Gli chiedo cosa ci sia che non vada in questo provvedimento. Innanzitutto, mi risponde, «hanno tolto lo strumento del parere». Se prima per ottenere il permesso di soggiorno era vincolante l’opinione espressa sul richiedente dalla struttura ospitante, ora non è più così:

«Al compimento del diciottesimo anno, il ragazzo deve pagare il cosiddetto kit per far richiesta di permesso di soggiorno in Italia per motivi economici. Da quel momento gli è concesso un anno di tempo per cercarsi un’occupazione. Per lungaggini burocratiche, però, il parere veniva recepito sempre diversi mesi dopo rispetto a quando era partita la richiesta, togliendo, così, tempo al ragazzo di cercare un lavoro sul territorio».

Stiamo parlando quindi dei migranti economici, mentre per i richiedenti asilo la procedura implica l’immissione nel circuito SPRAR, ma non è oggetto di questo articolo.

Dunque, dal momento in cui i ragazzi compiono 18 anni, escono dalla residenza ospitante e dall’oggi al domani devono trovare dove ripararsi, come mangiare, dove dormire. Senza carte in mano, diventa difficile procurarsi anche solo una stanza in affitto e si finisce per favorire il mercato nero. Intanto, pagano una tassa (chiamata kit) per far richiesta del permesso di soggiorno e da quel momento parte la ricerca di un contratto di lavoro che consenta loro di ottenerlo. Hanno un anno di tempo, ma se il parere arriva dopo sei mesi d’attesa, il tempo residuo per cercarsi un lavoro con tutti i documenti in regola risulta drasticamente dimezzato. Eraldo mi spiega che è per questi motivi che hanno eliminato lo strumento, senza però integrarne un altro che permetta agli educatori di farsi rispettare nei centri dove operano.

«Non è così semplice, stiamo parlando di adolescenti e come tali vanno trattati. Devi rapportarti a loro cercando di dargli delle regole, degli obiettivi. Poi c’è il discorso delle etnie, non tutti si comportano allo stesso modo e si tende a far gruppo tra connazionali. E’ vero però che fino a ora, quando qualcuno è capitato prendesse un parere negativo, si sono fermati anche gli altri che lo spalleggiavano.»

In passato poi, è stato ancora peggio. Ora i centri ospitano al massimo 12 persone, ma c’è stato un tempo in cui si arrivava a 60, con tutte le conseguenze insite:

«Ci sono stati casi di sommosse, di operatori che si licenziavano, era una situazione ingestibile. C’era un centro in cui l’operatore era costretto a chiudersi in una gabbia di ferro, cosa sbagliatissima. Per fortuna i nuovi bandi impediscono si superi un certo numero di ospiti, 60 minori insieme fanno branco. Ora va un po’ meglio, ma senza la possibilità di dare il parere io non sono un educatore sono un custode» – lamenta Eraldo.

Un altro problema è l’età. Adesso si è protetti fino a 21 anni, ma questo implica che nei centri possano arrivare ragazzi in una fascia d’età compresa tra gli 11 e i 21 anni.

«Capisci che è un delirio? A 11 anni sei solo un bambino, spesso i più piccoli sono soggetti allo sfruttamento di quelli più grandi. Sanno che a un undicenne non può succedere nulla e allora li coinvolgono in circoli di spaccio a cui i più piccoli non hanno la forza di opporsi. Ci sono stati casi di arresto in struttura anche per questo» – mi spiega arrossato.

Eraldo parla e intanto una decina di ragazzi ospiti del centro gira intorno al prato, qualcuno gioca a palla, qualcun altro fa giardinaggio. Li guardo e penso a come si immaginino il futuro, io che ho dieci volte quello che hanno loro e che comunque non riesco a proiettarmene uno. M’interessa precisare che Eraldo non ha nessuna svastica al braccio. Quando si sfoga capisco che non ha in mente né destra né sinistra, non ci sono retoriche da salottino televisivo in cui infognarsi qui. Intorno sono solo minorenni, ragazzi adolescenti uguali ai nostri, in cerca di un cammino, un’identità, solo che non si pittano i capelli di verde come fanno i liceali per esser diversi. Loro devono prima riuscire a sentirsi uguali. Eraldo mi ha fatto capire che è comportandoci come faremmo con i nostri, un po’ bastone e un po’ carota, con i medesimi rimproveri, le stesse tirate d’orecchie e una mano sulla spalla quando si sentono sconfortati, che li facciamo sentire nostri pari. Così vanno trattati, come i nostri, uguale uguale, senza sconti, tanto meno tirandogli le caramelle come fossimo allo zoo. Sono solo ragazzi, con l’aggravante di esser arrivati qui senza neanche un padre e una madre a cui dover rendere conto, con il solo scopo di sopravvivere e di non tornarsene da dove sono venuti. Se si vuol davvero parlare d’integrazione non si possono trattare come «ragazzi speciali». Sono ragazzi e basta, bisogna aiutarli a trovarsi, tenerli a riparo dalle cattive compagnie, indicargli un percorso. Esattamente come ogni sbarbatello del mondo ha bisogno si faccia per lui.

«Chi si è esaltato per questa legge non ha mai lavorato nei centri – continua Eraldo, implacabile – Se non ci parli con noi operatori non puoi fare una legge. Siamo anche andati dalla questura a chiedere di fare almeno un rimpatrio, anche se si trattava di un minore, a scopo educativo. Se ne fai uno si fermano tutti. No, il minore non può essere rimpatriato. Così tu li autorizzi a delinquere, fino a 18 anni non si spaventano mai perché sanno che tu non puoi fargli nulla. Adesso se compi un reato puoi rimanere non più fino a 18 anni, ma fino a 21.»

Temo mi stia suggerendo proprio quanto poi mi dice apertamente:

«Praticamente adesso per loro, se non sanno dove andare, è meglio compiere un reato. A 18 anni io devo dimetterlo se si è comportato bene, però se invece ha compiuto un reato lo tengo fino a 21. Poi chiaramente se il reato è grave finiscono a Casal del Marmo, ma se il reato è lieve restano qui. E sapendo che io non posso intervenire, sapendo che il mio parere non conta più nulla».

Il giudizio finale arriva come una sciabolata:

«Questa legge è perbenista» – sentenzia.

«E si badi bene che la stessa cosa vale per un minore italiano, non è una questione di provenienza! Io ho lavorato anche in un centro per minori in Italia e c’era gente che fino a 18 anni aveva fatto 20 rapine senza pagarne mezza, poi appena ne ha compiuti 18 ha scontano tutto quello che non aveva pagato prima. Tu fagli fare un paio di mesi di carcere vero prima, così capiscono che non vale la pena giocarsi la libertà. Così facendo, invece, sono liberi di delinquere, quando poi li prendono gli danno sei anni di carcere ed escono da lì che ne hanno 25. Hai creato un criminale laureato. Tutta l’università te la fai a Rebibbia. Questi minori non li educhiamo dicendogli sempre di sì, esiste un no educativo. Bisogna valorizzarne i meriti e punire i comportamenti sbagliati, ma se ci tolgono i mezzi per farlo non capisco come dovremmo lavorare».

Tutti i minori usufruiscono di un corso di alfabetizzazione, alcuni riescono ad arrivare alla terza media.

«Abbiamo un ragazzo egiziano bravissimo, sta scrivendo anche in corsivo, per un arabo è difficilissimo scrivere in corsivo! Ora prenderà il diploma da privatista, la terza media a giugno. Ci sono questi esempi e vanno supportati, anche tenendoli a riparo dalla prepotenza di altri».

Resta il fatto che fino ai 18 anni si ha il modo di aiutarli, poi tanti auguri.

«Ci sono esempi positivi, c’è un ragazzo che ha voluto a tutti i costi fare il cuoco e quello ha fatto. Ha imparato quando ancora era qua dentro e ora ha il contratto a tempo indeterminato. Se vedo che hanno voglia di mettersi in gioco e di imparare io sono il primo a muovermi. Perché un ragazzo così deve pagare anche per quelli che delinquono? Di ragazzi ne abbiamo avuti 120 qua, ma non ho la pretesa di aiutarli tutti. Quello che dico sempre loro è aiutami ad aiutarti, altrimenti è inutile» – spiega ancora Eraldo.

Il paradosso è che se commetti un reato in Italia, finché non si avvia la causa, ottieni un permesso di soggiorno per Giustizia.

«In quel lasso di tempo tu sei libero di girare per il Paese. Se il processo inizia tra 4 anni, tu per 4 anni hai il permesso di restare. Chi si comporta male resta qua come clandestino e questo aumenta di gran lunga il rischio che si convertano in criminali».

In effetti la situazione non è delle più rosee e questa legge, per quanto si proponga di tutelare i più giovani, sembra non cogliere i punti nodali dell’accoglienza ai minori non accompagnati.

«Roma Tre l’anno scorso ha speso soldi per fare una ricerca dalla quale risultava fossero spariti 6.500 minori in Italia. Sembrava che noi educatori ci mangiassimo i bambini. Se me l’avessero chiesto, gli avrei fatto risparmiare tempo e soldi, potevo dirlo io che fine avessero fatto. Succedeva che ogni volta che un ragazzo entrava in un centro d’identificazione dava un nome diverso e ogni volta che scappava io ero costretto a fare la denuncia. C’era gente con 12, 13 alias, quindi significa che non ne erano scomparsi 12, semplicemente si trattava della stessa persona con false generalità».

Gli chiedo perché mai avrebbero dovuto farlo: «Scappavano, commettevano qualche reato, poi rientravano e davano un altro nome così ricominciavano l’iter daccapo». Semplice, penso, come lo sarebbe stato far loro una foto e prendere un’impronta, ma a quanto pare nessuno sembrava intenzionato a farlo fino a poco tempo fa.

«Ora qualcosa è cambiato, da quando vengono identificati in modo più preciso ne scappano sempre meno» – dice Eraldo.

A questo punto m’interessa sapere su cosa interverrebbe lui se potesse metter le mani sulle leggi relative all’immigrazione minorile in Italia.

«Cambierei la legge sui rimpatri. Lo farei sacrificandone uno per educarne cento, invece fino alla maggiore età non c’è verso di riportarli a casa. Per quanto mi riguarda, se commetti reati, sei recidivo, io ti prendo e ti rimpatrio immediatamente. E guarda che se lo metti su un aereo di prima classe spendi meno che con l’iter burocratico che c’è qua, tra i costi del processo e quelli per tenerlo in carcere, non ci rimetti sicuramente se lo riporti indietro. Certo che il processo andrebbe fatto lo stesso per stabilirne la colpevolezza, ma allo stesso tempo dovrebbe avere un iter speciale e altra durata».

Chiudo il taccuino, spengo il registratore, ringrazio Eraldo, mi avvio verso la fermata dell’autobus che mi riporterà a casa. Stasera guarderò uno di quei programmi dove i politici continueranno a urlarsi addosso cose come «i migranti sì» o «i migranti no», per illudere la gente che esistano soluzioni semplici a un problema complesso, che vede da un lato il Mediterraneo affollato di corpi galleggianti pieni di acqua nei polmoni, dall’altro una nazione che si chiede legittimamente come supportare un fenomeno tanto oneroso. Per quanto mi riguarda, credo non ci sia altra soluzione che far in modo si trasformi in un’opportunità. Solo che per arrivarci bisogna lottare da un lato con chi crede l’odio possa essere vagamente una soluzione, come se fosse possibile trincerarsi e non guardare mentre migliaia di persone muoiono nelle nostre acque. Dall’altro, con la deriva buonista che vuole tutti qua, senza però allo stesso tempo volersene occupare. Non mi sento rappresentata da nessuna delle due. Finché ancora si penserà che il pensiero sulla questione migranti preveda una bipolarità intrinseca di posizioni, continuerò a non riconoscermi in quella retorica. Se dovessi inventarmi uno slogan per sintetizzare la mia posizione direi: 

«Né con Salvini, né con la Boldrini». 

Rivolgo a Eraldo un’ultima occhiata, gli voglio dire che sì, sarebbe bello ci parlassero con quelli che delle leggi poi se ne devono servire.

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