Luisa Velluti pretende amore da una madre che non ama a sua volta


“A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre. Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci. Non se ne accorse perché in quel momento stava scoprendo i primi indizi del suo essere, in un nonno concupiscente che si lasciava trascinare dalla frivolità attraverso un altipiano allucinato, in cerca di una donna bella che non lo avrebbe fatto felice. Aureliano lo riconobbe, incalzò i sentieri occulti della sua discendenza, e trovò l’istante del suo stesso concepimento tra gli scorpioni e le farfalle gialle di un bagno crepuscolare, dove un avventizio saziava la sua lussuria con una donna che gli si dava per ribellione.” – Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine

Forse l’ossessione per l’origine non ce la leveremo mai di dosso. Alla domanda “chi sei?” nessuno di noi sarebbe in grado di rispondere meglio che descrivendo i propri antenati. Chi ci abbia cresciuto, da dove veniamo, quale posto ci abbia dato una cultura e dove si creda di star andando è tutto quanto possiamo sapere su noi stessi.

Così, per completare quello che altro non può aspirare a essere se non un affresco, Luisa Velluti, parrucchiera 29enne di Belluno, ha pensato fosse necessario risalire a chi le aveva dato i natali. La fortuna di essere stata adottata da piccolissima da una famiglia amorevole, nel negozio della quale attualmente lavora, non le è bastato a sentirsi fortunata davvero.

L’abbandono, questa macchia originaria da cui si sentiva annerita, era diventata un’ossessione, portandola alla ricerca della donna che, dopo averla partorita, ha deciso di darla in adozione lasciandola in ospedale.

Non so cosa farei se fossi stata adottata da piccolissima, ma la domanda sul perché chi mi ha partorito abbia poi deciso di darmi via me la sarei fatta sicuramente. Non credo vada biasimata per questo.

Eppure, c’è un presupposto obliato al fondo della sua petulante e ossessiva ricerca: la gratuità con la quale è stata accolta in un’altra famiglia, quella che si è preoccupata di darle da mangiare per quasi 30 anni, che le ha pagato scuola e cure mediche, che l’ha allevata senza mai badare al fatto di non avere alcun vincolo di sangue con lei, non è stata sufficiente a ripagarla dell’altrettanta gratuità con la quale era stata abbandonata.

Forse i paragoni sono tutti fuori luogo, ma non riesco a smettere di pensare a qualcuno che, pur trovato l’amore, fattasi una famiglia, essendo felice, inizi a perseguitare il fidanzato del liceo chiedendogli perché, per quale motivo sia stato lasciato all’epoca, prescindendo da una contingenza storica che in realtà è tutto quello che serve allo sviluppo di una stessa dinamica della storia.

Luisa Velluti si è impuntata sul fatto che dovesse ricucire quello strappo originario. Ha aspettato di compiere 25 anni per poter avviare l’iter, tramite il Tribunale che aveva gestito il suo affidamento, di ricongiunzione con il genitore biologico, nella speranza che, passati tanti anni, i motivi a causa dell’allontanamento siano estinti e non costituiscano più ostacolo al riavvicinamento. Chissà: avrebbe anche potuto essere che la madre non l’avesse ancora cercata perché timorosa d’intromettersi, turbandola, nell’esistenza di quella che una volta era stata sua figlia.

Non è questo il caso della signora che ha partorito Luisa. Già 4 anni fa, alla richiesta ufficiale di mettersi in contatto con lei, la donna aveva risposto un secco no, non acconsentendo a che quella ragazza, per lei un’estranea, potesse scovarne l’identità.

Avrebbe dovuto finire così. Un po’ amaramente, ma comunque consapevoli di averci provato e tutto sommato grati di aver trovato nuovi vincitori della lotteria della vita, quelli che le hanno fatto da madre e da padre senza chiedere nulla in cambio. Luisa li chiama “la mia vera famiglia”, senza però mai smettere di piagnucolare sulle tracce di quella donna che l’ha portata in grembo, dunque smentendosi.  

In quello che la melliflua retorica della genitorialità non riconosce come delirio narcisistico, la ragazza ha insistito portando il fatto agli onori della cronaca, prima sui giornali, poi pretendendo dall’eco assordante della TV un qualche riscatto mediatico. Poco ci è voluto perché diventasse un caso nazionale, con orde di messaggi di solidarietà nei suoi confronti e di biasimo verso la donna che si era categoricamente rifiutata di conoscerla.

In risposta al suo appello alla trasmissione ‘Chi l’ha visto’, ha ricevuto una lettera anonima, scritta al computer, da parte della tanto agognata donna che stava cercando. Il contenuto (e c’era da aspettarselo) non aveva come incipit: “bambina mia, che bello averti ritrovata!”. La donna ci ha tenuto a chiarire che le ragioni del suo rifiuto fossero nell’origine di quella nascita: una violenza, uno stupro, quella roba che ci fa tanto schifo se viene perpetrata, da cui vorremmo mettere a riparo le donne, salvo poi ripropinargliene le conseguenze 30 anni dopo. Luisa ha risposto che avrebbe preferito sentirselo dire in faccia, ma c’è da chiedersi: in ragione di cosa questa donna avrebbe dovuto rivivere quell’osceno passo della propria storia, ritrovandosi di fronte a quelli che ha definito “maledetti occhi azzurri”? Non ci vuol molto a capire che il colore degli occhi di Luisa è azzurro perché azzurri erano quelli del padre stupratore.

Se la biologia fosse davvero tanto importante, allora dovremmo cominciare a preoccuparci che i geni di quell’orribile mostro che stuprò la madre all’epoca non l’abbiano pervasa e che oggi Luisa non pretenda di avere rapporti sessuali con chi che sia, puntandogli un coltello alla gola. Per fortuna nessuno crederebbe a una sciocchezza simile, perché il contesto sociale nel quale si è stati allevati, l’amore ricevuto, le cure che ci hanno dedicato da piccoli contano infinitamente di più della biologia. E’ il motivo per il quale vogliamo proteggere i bambini dall’assistere a mostruosità che possano corromperli. Li crediamo violabili, vulnerabili, pensando che quanto vissuto nell’infanzia possa modificare il proprio comportamento da adulti.

Luisa ha risposto alla lettera della madre, di nuovo in TV, dicendo: “che colpa ne ho io”? Nessuna, per carità, se non quella di voler insistere a ricevere l’amore di una donna di cui ella stessa, in primis, non ha alcuna intenzione di rispettare il dolore. Neanche dopo aver saputo quale ferita portasse dentro sua madre, si è detta convinta nel voler desistere dall’incontrarla. Mi chiedo, perché non ha lo stesso desiderio verso il padre?

Che tutto questo carrozzone mediatico possa in qualche modo intristire i genitori adottivi non sembra importarle molto. Se si è contenti di quanto si ha, se si ha l’umiltà di riconoscerlo come altrettanto ingiustificato, allora non si dovrebbe smettere di baciare i piedi di chi ce l’ha offerto, commettendo forse l’unico errore, il più comune da parte di chi adotta, quello di darci fin troppo, e nel tentativo di consolarci da quella sfortuna originaria, di crescerci un po’troppo viziati.

Davvero Luisa Velluti è un buon esempio per altre che hanno avuto la stessa sorte? Una cosa è certa: il salone per capelli di Luisa, adesso, è tutto un via vai di gente che vuole abbracciarla. Nel frattempo, però, si fanno anche la piega.

Fonte: Facebook

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