Sandra Alves. Vi racconto perché da brasiliana transgender ho sostenuto Bolsonaro


Barbara Gigante

«Bolsonaro ha evitato una guerra civile»!

A parlare è Sandra Alves, bellezza brasiliana transgender dalla pelle squisitamente meticcia, trasferitasi a Firenze nel 2002, dove lavora per un’agenzia che si occupa di gestire case in affitto. Questo mix di condizioni di partenza suggerirebbe di trovarla affranta per la recente vittoria delle presidenziali in Brasile di Jair Bolsonaro, candidato del Partito Social-Liberale (PSL)  che, nel ballottaggio dello scorso 28 ottobre, ha staccato di oltre 10 milioni di voti il rappresentante del Partito dei Lavoratori (PT), Fernando Haddad.

Al contrario, la trentatreenne di Recife si sente in linea con il clima di rifiuto del passato che ha contrassegnato la recente tornata elettorale nel suo Paese.

«Non si può giudicare senza aver capito bene quale fosse l’alternativa – mi spiega – il Paese è stanco della spirale di corruzione nella quale il PT l’ha trascinato».

L’accusa è che la linea di successione all’interno del PT non sia mai stata spezzata, facendo seguire a Lula, ex presidente condannato a 12 anni per corruzione, una fedelissima Dilma Rousseff e continuando con la candidatura di Haddad, senza mai un accenno di redenzione per i trascorsi fraudolenti che hanno macchiato indelebilmente il partito agli occhi degli elettori.

«Haddad è il fantoccio di Lula, come si può accettare che un aspirante presidente entri ed esca dal carcere in cerca di consigli da un detenuto per corruzione?» – invita a riflettere Sandra.

La principale preoccupazione condivisa da molti brasiliani riguardava il fatto che, una volta al governo, la prima mossa di Haddad sarebbe stata concedere la grazia a Lula.

«Allora sì che avremmo visto il Brasile in ginocchio. Scagionato Lula, metà del Paese si sarebbe riversato in strada, questa volta pronto davvero ad appoggiare il ritorno a una dittatura militare pur di rovesciare la situazione».

La figura di Bolsonaro, però, è controversa sotto diversi punti di vista, tanto da far gridare al pericolo di fascismo.

«Sarebbe il primo fascista tanto amico di Israele – commenta la Alves – e per quanto riguarda l’accusa di razzismo la sua seconda moglie era mulatta, nero come la pece il suocero. La trovo una montatura mediatica».

A questo punto voglio sapere cosa ne pensi dell’omofobia che gli recriminano, avallata da alcune esternazioni che lascerebbero poco margine d’interpretazione.

«Bolsonaro non è perfetto, ma la cosa che mi fa più rabbia è proprio l’ipocrisia con la quale il PT cavalca questa bandiera senza esser mai intervenuto, in 20 anni di governo, con una sola legge a tutela della popolazione LGBT brasiliana. La società è omofobica, loro lo sono, non avendo mai reso la discriminazione sessuale un’aggravante, in un Paese in cui i gay vengono ammazzati a mucchi».

Insomma, Bolsonaro non è un angelo, ma si sarebbe figurato come unica alternativa a un partito compromesso e inadatto, vetusto al punto da sostenere il Venezuela di Chavez, dal quale ha copiato diversi punti del programma elettorale. Secondo l’intervistata:

«Si sono affidati alla pigrizia dei brasiliani, che mai sarebbero andati ad approfondire le 70 fittissime pagine di programma, messe on line dal PT per spiegare le sue intenzioni».

Il punto di vista di Sandra su come siano andate le cose è poco diffuso al di qua dell’Oceano:

«Uomini disonesti si sono fatti scudo di un’ideologia di sinistra per giustificare qualunque cosa, incluso il disboscamento dell’Amazzonia, per il quale ora puntato il dito contro Bolsonaro. La loro demagogia strizza l’occhio alle derive autoritarie di Venezuela e Cuba, poi chiamano populisti gli altri» – rincara Sandra.

Mi resta da chiederle come veda la complicità tra Bolsonaro e Salvini.

«Salvini cavalca la vittoria di chiunque purché sia vagamente simile alle sue idee da poter dire che ha vinto ancora lui, ma da un’altra parte del mondo. In Brasile a nessuno importa nulla di Salvini. Non ci si può dimenticare, inoltre, le differenze sostanziali tra i due Paesi».

Nello specifico, Sandra si riferisce alla volontà di allargare le concessioni del porto d’armi.

«In Brasile, gli unici a non possederle sono i cittadini onesti. I trafficanti hanno interi arsenali. Il Brasile non è l’Italia, qui ci si lamenta della criminalità, ma lì, se entrano in casa, prima ti sterminano la famiglia e poi rubano».

Salvini non rientra, quindi, nelle simpatie di Sandra, che, invece, sostiene Bolsonaro nel suo Paese.

«La gente, qua come in Brasile, vota per la persona e non per le idee. Si lasciano trascinare dal leaderismo, ma se guardassero i programmi scoprirebbero che Bolsonaro è molto distante da Salvini».

Un’ultima domanda sorge spontanea e cioè se si ritenga di destra:

«Non sono di destra né di sinistra, sono brasiliana».

 

 

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