Seattle. A oltre 20 anni dalla morte di Cobain, i segreti della città che mantiene il suo fascino “in bloom”


Barbara Gigante     

 

      E’ stato di sera, da Belltown Brewery, birrificio nell’omonimo quartiere localaro, che più che il cuore è lo stomaco di Seattle; tra le luci basse e un lungo bancone ad angolo, mentre un grosso ragazzo fulvo dalla folta barba che sa fare bene il suo lavoro ci serviva di tutto. E’ stato tra gli assaggi di birra di alcuni dei migliori birrifici  al mondo, di cui la West Coast è sempre gravida, e un giro di whiskey da 20 dollari a sorso: d’un tratto, la seducente, peculiare follia di questa città mi si è spogliata davanti, facendomi trasalire, insieme a un gorgoglio di malto, di quell’affetto speciale che solo ai luoghi spetta.

Affianco a me, ha scelto anche lei di sedersi al bancone, c’è una vecchina dalle braccia sottili. Avrà superato gli 82, altro non so dire con esattezza su quante lune le fossero già passate sopra la testa.

«Ciao Catherine. E’ bello rivederti» – non ricordo nemmeno se questo fosse davvero il suo nome. Rammento, però, la familiarità con la quale il ragazzone che sa fare bene il suo lavoro la saluta e sorride.  Anche lei sorride. E’ a una seduta di distanza dalla mia, accompagnata da un uomo che sembra agli albori dei 50. Ok, non ero nelle migliori condizioni per stabilirlo, ma non oltre i 60 di sicuro. Chiedono una pinta di birra, lo noto, me ne compiaccio, poi torno a chiacchierare con gli altri.

Continuo a pensare a loro, però. Così, dopo poco mi rigiro e con la complicità dell’aria zuccherina da lievito fermentato riesco a scambiarci due parole. Catherine ha le mani lunghe e affusolate, stringe il bicchierone di birra tra esigue dita. E’ elegante, garbata, perfettamente cosciente. Tra i soliti convenevoli “di dove siete”, “quanto restate”, ci suggeriscono di provare i locali di musica in città.

«Noi ci siamo conosciuti al karaoke» – aggiunge l’uomo e lo fa con una naturalezza spiazzante. La guarda orgoglioso, con occhi pregni, vuole suggerire esattamente ciò che dopo ribadisce piazzandole una mano sul culo sdutto: quello è un appuntamento galante.

Invece di sentirmi turbata mi assale una dolcezza fluida come i liquidi che ho ingurgitato. Resterei più a lungo, ma mi accorgo di essere troppo stanca, faccio per salutarli e tornare in albergo, quando Catherine allunga il braccio rugoso e scarno per posare la sua mano sulla mia:

«Hai chi ti riaccompagna a casa, cara? » – affettuosamente mi chiede, il suo tatto gentile mi scalda.

Annuisco, sono con i miei amici, la ringrazio con gli occhi. Uscendo dal locale realizzo che sto mollando la serata prima io di una ultraottantenne che ha pure rimorchiato. Adoro i paradossi, spezzano la banalità con la quale la vita ci incatena alle sue ripetizioni. E Seattle è una città bramosamente paradossale.

Mi sono bastati tre giorni per innamorarmi di un posto che non ha da offrirsi se non come teatro di un eterno carnevale, dove ognuno s’esprime come crede e nessuno è mai strano.

Sono giorni in cui, una convention di cosplayer, quelli appassionati di manga e fumetti che si vestono come i loro personaggi preferiti, ha colorato il centro urbano con costumi baldanzosi e parrucche. Ti guardi la calza smagliata, pensi di doverne comprare subito un’altra, ma dietro di te hai uno che si è infilato in una tuta rosa di plexiglas che lo copre fin sopra la testa. Decidi che con quella calza ci puoi fare un’altra stagione.

Sono i primi giorni di Aprile, quelli in cui oltre 20 anni fa il leader dei Nirvana preferiva la leggenda alla vita, sparandosi in bocca un colpo di fucile.

Taglio a metà le sue strade cercando di coglierne il segreto: come ha fatto, questa città, a partorire i suoi figli migliori nel degrado, poi spararli nel mondo affinché non fosse mai più uguale dopo il loro passaggio, a schiantarli di troppa vita, troppa sensibilità, troppa fama, interrandoli, infine, nel giro di 27 miseri anni? Due su tutti, si chiamavano Jimi Hendrix e Kurt Cobain.

Attraversi il mercato di Pike Place, vedi i pesci che rimbalzano al volo dal bancone al cliente, la sua folla chiassosa, il Pacifico alle tue spalle che t’impiastra la faccia di iodio, ma ancora non comprendi la sua anima tetra, quel suo perenne incupirsi. Anche con le nuvole c’è troppa luce.

    Poi giri l’angolo e trovi il Gum Wall, un muro di gomme da masticare divenuto attrazione turistica per qualche stramba ragione. E’ stato ripulito nel 2015 perché aveva iniziato a puzzare, dopo 20 anni che chiunque passasse ci lasciava incollato un chewing gum con la saliva, ma è stato solo per necessità. Ora ci sono nuove gomme da masticare e a nessuno viene in mente di impedire ai passanti di farlo. E’ un’attrazione turistica che si è fatta da sé e in una città che, a parte la sua fama per densità pro capite di musicisti con le contropalle non ha proprio niente, è una benedizione. 

C’è un grosso acquario, certo. C’è il museo della scienza. Ma non ditemi che bastano. Perché diamine uno dovrebbe andare a Seattle? Per la sua Space Needle? Una torre che quando è nata, nel ’62, sarà pure sembrata questa gran cosa, con la veduta sulla città e il ristorante girevole al suo interno. Ma ora che non c’è neanche più il ristorante e che a confronto con i grattacieli odierni sembra un rigolo, la gente continua comunque a pagare oltre 20 dollari per salirci. Ok, la città è suggestiva con le luci e dall’alto, ma se penso alla veduta di Firenze dalla cappella del Brunelleschi, solo per dirne una, mi viene, impietosita, da lasciargli altri due spicci nel cappello.  

Ancora, insisto, me lo richiedo. Perché proprio qui è nata così tanta buona musica?

Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, oltre ai già nominati Hendrix e Cobain, si sono formati a Seattle gruppi del calibro dei Pearl Jam, i Soundgarden o gli Alice in Chains. E’ qui che, dopo i Nirvana, David Grohl s’è immediatamente risollevato mettendo in piedi i Foo Fighters. C’è la KEXP, stazione radio di musica alternative che detta leggi e tendenze dalla costa Nord del Pacifico al resto del mondo. Perché qua? Non è un posto così grande.

Un’altra delle cose che si può visitare è il MoPop – museo della cultura Pop. Lo troveranno interessante gli appassionati di cinema, per il resto ci sono due teche, una con i cimeli dei Nirvana, l’altra con quelli di Hendrix. Chitarre, bozze dei testi originali, indumenti indossati dagli artisti, ok, ma prima di loro cosa c’era? Niente, forse proprio questo è il punto.

Ci sono gli eroinomani di Pine Street, oggi come allora, quando negli anni ’90 la crisi economica e l’eroina impazzavano all’unisono. Seattle nata dalle puttane che l’hanno fondata, quando ai suoi albori venne quasi completamente distrutta da un incendio e poi ricostruita al secondo piano. , gli edifici si ergono sopra quelli che ci furono una volta e le puttane del primo ‘900 sono state le finanziatrici della sua ricostruzione. A quei tempi c’era una donna sola per ogni 10 uomini in città, una massa di meretrici si trasferì dove era facile guadagnare. Ostacolate dalla polizia, arrivarono a un accordo: sconti per tutti i rappresentanti militari e delle istituzioni, in cambio di un’alta percentuale sulle prestazioni, con le quali la città si rimise in piedi.

Forse è solo questo l’abisso di Seattle, la sua anima nera: il nulla cosmico che gli ruota intorno, le sue ferraglie e i suoi grattacieli, la scarsità di stimoli e d’interesse per le classi sociali più disagiate. Un urlo di noia, che fa eco sulle sponde del Pacifico. Decadenza urbana e un oceano a ridosso che grida libertà. Soprelevate con macchine che scorrono forte e fanno pensare alla morte. Forse solo questo è Seattle. Vuoto e buon orecchio. Creatività schiacciata tra l’oceano e la ferraglia. Forse nient’altro: una bolla esplosa tutto insieme lamentandosi.

Oh Seattle. I love you as you are.

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