Silvia Romano. Il diritto di avere vent’anni


‘ di Barbara Gigante

La retorica ci obbliga di nuovo a scegliere tra santa e puttana. Liberiamoci da questa miope bipartizione e avviamo nuove riflessioni.  

Qualche tempo fa, quando Silvia era ancora sotto sequestro, avevo pensato di scriverle una lettera, per dirle che, per quanto potesse valere, io la pensavo e che mi dispiaceva nessuno la stesse cercando. Era così: per fortuna le operazioni in Africa sono andate avanti, ma qui in Italia nessuno si filava quella ventenne sprovveduta che era partita per salvare l’Africa ed era rimasta fregata. Ogni tanto appariva uno sparuto articolo di giornale, non seguito da alcun clamore mediatico, per una che alla fine “se l’è cercata”! Perché tant’è: partire per posti dove impera la miseria significa andarsela a cercare e quindi, se ti succede qualcosa, in fondo, lo sapevi che poteva accadere e ora te lo tieni.

E’ questo l’elementare ragionamento alla base di tanti commenti contro di lei che oggi ci tocca leggere, pure da persone che credevamo insospettabili: padri di famiglia, amici abituati a  viaggiare. Tutti avvelenati contro questa ragazza poco più che ventenne, partita per il Kenya e tornata dopo 18 mesi di prigionia in Somalia, convertita alla religione dei suoi sequestratori. Silvia, avvolta in quel verde jilbab che le copre il capo, simbolo controverso e presente su bandiere come quella dell’Arabia Saudita, mentre sorride tranquilla, non sembra reale: pare l’abbia disegnata un fumettista di destra per farne una macchietta che personificasse tutto ciò che il loro cervello aborre.

A me sembra una verità banale che dopo 18 mesi in condizioni estreme la mente sia passibile di plagio. Può darsi si sia convertita spontaneamente, ma lo sapremo tra qualche tempo, perché durante una clausura forzata e marce estenuanti nel deserto non c’è nulla che possa accadere “spontaneamente”. Hanno persino classificato una sindrome, quella di Stoccolma, che porta a empatizzare fino all’innamoramento con i propri rapitori, ma non sembra essere presa molto sul serio e giù con la solita pletora di insulti. Tanti che ora pensano di metterle la scorta, ditemi se è normale!

Per chi non lo sapesse, durante una missione, 18 mesi fa, Silvia è stata sequestrata da un banda di 8 criminali comuni, che poi l’hanno venduta ai terroristi somali di Al Shabaab. 

Sapete perché ho desistito dallo scrivere quella lettera? Perché cercando informazioni sul suo conto, ne è venuto fuori un profilo che non mi piaceva. Ho ascoltato diverse interviste di altri volontari della Onlus con cui era partita, sulla quale oggi pende l’accusa di averla mandata allo sbaraglio. Accusa che pare fondata, dal momento che non c’erano piantoni a sorvegliarla, cosa usuale quando si manda un bianco in certi luoghi remoti della terra, né avevano comunicato al consolato la sua presenza. Fatto gravissimo, ed è su questo che vorrei si fertilizzasse quella che finora è stata la solita sterile polemica, che non ha fatto cambiare idea a nessuno rispetto a come già la pensasse.

Ovvero dovremmo chiederci se l’intera vicenda possa dare spunto al volontariato internazionale per riflettere su se stesso, sulle sue procedure e anche sul rischio che, mi si perdoni, attiri un certo numero di egomani esaltati con la smania di salvare il mondo. Una riflessione che non abbiamo modo di sviscerare, finché saremo impegnati a dover difendere Silvia dall’assalto degli odiatori di professione.

Da quelle interviste che vorrei linkarvi, ma che oggi è impossibile ritrovare sommerse dal mare di articoli sulla sua liberazione, veniva fuori un profilo controverso della giovane di origini milanesi. Mi ricordava una di quelle descrizioni inquietanti che emergevano dai racconti di mio fratello, quando tornava da una delle sue missioni di volontariato, in Uganda o in Bolivia, per esempio.

Mi parlava di questi personaggi partiti alla volta del mondo con spocchia e un certo senso di rivendicazione, l’atteggiamento saccente di chi si crede migliore degli altri, più empatico, più in contatto con la realtà del luogo. Dalle ricerche, Silvia sembrava assomigliare a questa descrizione. L’avevano avvertita della pericolosità di quel villaggio, ma lei pensava che fossero tutti amici suoi e che nulla potesse accaderle. Una certa ingenuità mista a presunzione. Ciò ha fatto sì che lasciassi perdere e oggi me ne pento. Proprio perché il suo personaggio non sembrava piacermi, avrei dovuto gridare a gran voce per la sua liberazione.

Forse potremmo indagare maggiormente sulla predisposizione psicologica di chi parte, attraverso colloqui conoscitivi approfonditi, come ho visto fare alla Onlus Oikos di Spinaceto, che si occupa di volontariato nel mondo dal 1980 e della quale, dopo anni di amicizia e cooperazione, sono felicemente partner.

Silvia ha il diritto di avere vent’anni, di essere forse arrogante e sciocca come quelle ventenni che si credono chissà chi, cionondimeno sono felicissima che sia tornata a casa, come lo sarei se fosse tornato qualcuno di voi, magari coinvolto in una sparatoria nella civilissima e armatissima Manhattan. Perché dovrei empatizzare di più con uno che si sia ritrovato coinvolto in qualcosa di orrendo e pericoloso mentre guardava le lucenti vetrine di New York, anziché con una ragazza che per quanto avventata, forse oggi traumatizzata e con strascichi di mitomania, tuttavia era partita per regalare un sorriso a dei bambini indigenti?

Lontani, va bene, ce ne erano di vicini, ma sempre bambini erano. Quando commentate che avrebbe potuto aiutare quelli di casa nostra, vi pregherei di apporre in calce anche l’istituto per il quale operate voi, così magari prendiamo spunto. Altrimenti si inizia a pensare che siete solo dei livorosi incapaci di aiutare chicchessia. Con tutta la sua saccente sfrontatezza, Silvia Romano mi sembra comunque migliore di voi.

L’impressione è che Silvia, con quella vulnerabilità che si scopre quando si capisce di essere davvero in pericolo, non abbia ancora potuto farci i conti. “Sono stata forte” – sono state le sue prime parole. La debolezza di sentirsi in colpa anche solo per un attimo non se l’è potuta permettere, le sarebbe costata la vita. L’unica lettura che le avrebbero concesso era il Corano, così ne ha fatto il suo amico di prigionia.

E’ tornata sorridente, forse persino ingrassata, dicendo di chiamarsi Aisha. E’ stato probabilmente l’unico modo per non arretrare di un millimetro nella volontà di continuare a vivere. E questo è qualcosa che non ha a che fare con la costrizione, non è necessaria. Basti pensare a quante stramberie abbiamo fatto noi in appena due mesi di quarantena e con ogni comfort a nostra disposizione.

E sì, capisco la vostra sorpresa, capisco lo stupore, nel vederla pure contenta, mentre si copre il capo come vuole la religione della sottomissione per eccellenza: l’islam! Come può volersi spogliare delle sue libertà occidentali di donna in cerca di mascara e rossetto e preferire non sfoggiare mai più la sua chioma?

Vi capisco, sapete? E’ la stessa sensazione che provo io, atea, quando mi chiedete di adorare una vergine. Perché? Per quale stracacchio di motivo io devo identificarmi in una donna che ha partorito senza andare a letto con nessuno? Che conosce le sofferenze di madre, ma non di donna, che non sa cosa significhi essere sfiorata, che non capisce i tormenti della passione, che non si sia mai stracciata le vesti per un amore? Io reagisco uguale – sapete – quando cercate di propormi la Vergine Maria, quindi vi sento vicini in questo momento.

Silvia forse dopo 18 mesi non sa quello che dice, ma ho scoperto che non m’interessa. La sua conversione è del tutto irrilevante. Ci vedo solo, in tanta rabbia sfogata, la paura sottesa che in realtà il cattolicesimo abbia perso un’aderenza che ancora appartiene alla religione islamica. Ci terrorizza sapere che qualcuno possa trovarvi più risposte di quante sia riuscita a fornire una religione come quella cattolica, dotata di potere temporale dal Medioevo e tuttavia incapace di fermare la sregolatezza dei processi capitalistici che hanno affossato il mondo nella miseria che oggi conosciamo. La religione cristiana ha fallito, dapprima frammentandosi, poi nel suo proselito di amore universale. Basti pensare che nel suo cuore è scoppiato l’hitlerismo, per capire quanto sia diventata poco credibile. Poco capace di soddisfarci e direzionarci in un orientamento comune, che poi è il motivo sociale per il quale sono nate le religioni. Da esterna, da non aderente ad alcuna fede, vedo nell’islamismo una capacità più vigorosa di rispondere a certe domande che da sempre valgono la libertà umana, perché dal modo in cui rispondiamo a quelle domande direzioniamo il nostro agire.

Perché dovrebbe essere meglio una religione che non è riuscita a impedire alle donne di denudarsi, concedendo loro una lotta dei polli dietro canoni estetici irraggiungibili e intollerabili, uno svilente continuo sciabolare di cosce, per il quale si arriva a perdere la vita durante una liposuzione, anziché un’altra che mi copre il capo proprio per evitare che il mio esser donna si riduca a questo svilente confronto?

Se Silvia Romano ha trovato nella religione islamica maggiore pace interiore di quanto non sia riuscita a fornirle la fede cattolica, la invidio. Io invidio tutti quelli che riescono a trovare nella religione un ristoro esistenziale divenuto impossibile per me. I miei nemici sono gli altri, cioè quelli che al proselitismo associano la violenza e le torture, ma si chiamano estremisti e ho imparato a distinguerli.

Concludendo, chiederei ai vomitatori d’odio, quando gli viene un rigurgito di bile, di andare su YouTube, cercare Hotel Supramonte e provare a riconnettersi al creato con le parole piene d’amore che il grandissimo De André fu capace di spendere per i propri sequestratori.

A Silvia, invece, oggi vorrei chiedere due cose: la prima è scusa, per non averle scritto ed essermi inconsciamente accodata al ciarpame di disadatti incapaci di gioire per un abbraccio bello come quello che ha ricevuto sua madre il giorno della festa della mamma.

La seconda è, per favore, di stare zitta. Come dicono gli americani nei film “qualsiasi dichiarazione potrebbe essere usata contro di lei in Tribunale” e da quando il Foro di riferimento è diventato il web c’è poco da stare tranquilli. Si prenda il tempo di cui ha bisogno per metabolizzare. Rifletta sul giro d’affari dei rapimenti in Africa, cui la sua liberazione ha purtroppo contribuito, prima di affermare che vuole tornarci. Pensi che le sue parole hanno il potere di ricadere su tutta la comunità internazionale di volontari e cooperanti, così sono certa che sarà più prudente nell’esprimersi. Si dedichi solo a se stessa, ai suoi cari, a tutto l’amore ritrovato di colpo.

Chiudo con le parole di Alfonso D’Ippolito, presidente di Oikos, illuminanti anche nel riportare l’attenzione su quanta poca chiarezza ci sia sul volontariato internazionale, dal momento che i giornali riportano come fosse la stessa cosa che Silvia si trovasse lì in veste di “volontaria” o “cooperante”:

«Quando si parla di volontariato è facile imbattersi in banalità e luoghi comuni e, talvolta, ammantate anche di velenose maldicenza, che tradiscono una sfiducia in se stessi e nel genere umano.

La lingua italiana inoltre, attribuisce al termine diverse interpretazione e sovente propone la parola come espressione “pas-par-tout”, che si insinua e si incunea in molti discorsi, spesso generici e superficiali.

Di certo il volontariato è una cosa seria.  Non ci si inventa volontari da un giorno all’altro.

Al di là delle emozioni che stanno alla base di una iniziale scelta, occorre capire cosa  vuol dire impegnare la propria esperienza in un progetto finalizzato a  migliorare la qualità della vita, in una prospettiva sistemica, occorre ad esempio sapere che bisogna misurarsi con qualcosa di nuovo e imprevedibile, spesso condizionato da stereotipi e pregiudizi.

L’impegno che ne deriva richiede un monitoraggio costante che si articola nel rispetto delle culture e delle comunità locali  e nella scrupolosa adesione alle dinamica del rispetto del diritto internazionale.

Complementare, ma diversa è l’esperienza della cooperazione internazionale.

Si diventa cooperanti all’interno di un progetto del Ministero degli esteri coordinato da una ONG, che per portare avanti le attività riceve anche un sostegno economico e assicura un contratto al lavoratore cooperante.  Anche in questo contesto occorre preparazione. Ma paradossalmente la preparazione maggiore deve essere peculiarità del volontariato».

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