Sono stata al concerto dei Radiohead e non ho visto niente


Barbara Gigante

Quattordici giugno, Firenze d’estate ti schiaccia d’afa e zanzare. Respiro, gli odori del Lungarno spalancano i ricordi di quando qui ci studiavo all’Università. Siamo quattro trentenni scappati da Roma, arrabattando permessi di lavoro, con l’ansia del rientro, per un concerto di cui abbiamo comprato i biglietti senza fare troppo caso al fatto che capitasse infrasettimanalmente. Sono i Radiohead, mica Gigi Finizio, ti possono suonare sulla punta di un dirupo di lunedì alle 2:00 di notte, la gente farebbe un corso di scalata un mese prima per arrivarci comunque.

Che potere ha la musica sulle masse! Ogni tanto ci penso e mi viene un brividino.

Mentre percorriamo a piedi il centro di Firenze, campeggia ovunque, sopra le nostre teste, un cartello pubblicitario di John Richmond. Solo che il modello non è uno bello, è uno interessante: è Thom Yorke! Ci si arriccia la bocca, la fronte s’arruga: che minchia ci fa il cantante del gruppo che stiamo per andare a sentire sui manifesti di una pubblicità di moda? Della Richmond poi! Ci pensiamo un attimo e ci viene in mente che a Firenze, in questi giorni, c’è anche Pitti, l’expo modaiolo della Toscana per eccellenza. Continua a non esser giustificazione sufficiente.

«Credo di sapere cosa è successo» – dice Edo. Lo guardiamo aspettando ci snoccioli la verità sul fattaccio.

«Alimenti!» – continua – «Deve pagare gli alimenti alla moglie, ha divorziato da poco».

Scoppiamo a ridere, ma finora è la spiegazione più sensata che abbiamo trovato.

Il viale alberato che introduce alle Cascine è proprio bello. Arriviamo carichi d’aspettative, ci sentiamo fighi assai perché abbiamo superato l’età in cui tutto è entusiasmo, ma non molliamo lo stesso. Con la band di Oxfordshire ci siamo cresciuti, noi degli anni ’90, indossando jeans chiari senza forma e felpe scolorite. Lo zainetto Invicta, anche. E c’erano i Radiohead, a parlarti di te, di loro, degli altri, dei disagiati piegati a metà, che nei beat dell’elettronica mischiati al graffio della voce di Yorke finalmente sentivano incarnarsi nel suono tutto l’accartocciamento su se stessi che pativano. Gli strascichi dell’eroina degli ’80 alle spalle da un lato, dall’altro la coca come droga di massa in procinto di essere sdoganata.

Stavamo male, stiamo male oggi e non abbiamo mai capito perché. Per quale motivo i giovani stanno sempre così? Cosa avranno da soffrirsi tanto?

Quando entriamo è il tramonto, c’è James Blake: pischello inglese, figlio d’arte, classe ’88, dotato vocalmente e musicalmente. Sulla falsa riga del gruppo che anticipa, avvolge i presenti in un mantello di sonorità elettro-pop. Sinceramente niente che non abbia mai sentito, ma è bravo. Meno male che c’era lui, perché altrimenti non saprei dire cosa sono andata a vedere ieri sera.

Il tran tran di rivendita biglietti all’ultimo minuto, probabilmente a causa dell’esser spariti in un secondo quando sono usciti perché tutti li hanno comprati senza realmente sapere se avrebbero potuto partecipare, non ha comunque svuotato l’enorme parco. I giornali oggi dicono che eravamo circa 30.000. Ce ne siamo accorti dalle file chilometriche per fare qualsiasi cosa.

La prima era per prendere i maledetti Token. L’odio che ti procura l’ora d’attesa per cambiare i tuoi euro in soldi spendibili negli stand non si può descrivere. Ma perché non vanno bene ‘sti cacchio di soldi normali? Ti deve per forza rimanere in mano il gettone a fine serata, con il quale non puoi comprare nulla perché tutto ne costa almeno due. Arrivato finalmente il nostro turno, la signorina addetta al cambio prova a dire che le sono rimaste poche fiches con le quali cambiarci i soldi. La faccia ci arriva per terra. Intima alla folla di fare la fila altrove, perché lei, scema patentata, ha finito i Token. Nessuno si schioda di un millimetro. Le pigne che ha nel cervello devono essersi scontrate troppo forte facendo cadere tutti i pinoli e mandandola nel panico. Un ragazzo che le lavora affianco ascolta l’assurdità blaterata e le passa una nuova scatola. Le ha evitato il linciaggio.

Una birra due Token, quindi sei euro. Per prenderla un’altra ora e mezza di fila. Non c’è pericolo d’alcolismo qui, visto che gli stand allestiti per distribuirla sono solo due. Se il ragazzo che le serviva non fosse stato così carino, insieme a Claudia avremmo sfondato le file con l’ariete. Non possono fare affidamento sui nostri ormoni per sempre, piazzando bellocci a destra e a manca per renderci tollerabile il tutto.

Neanche il tempo di sederci per bere la birra, conquistata e protetta come il santo Graal, che inizia il concerto. Le luci si fanno psichedeliche, frammenti di riflessi bianchi irradiano la massa. Ilaria ci fa strada e arriviamo a piazzarci nella prima metà del mucchio, sul lato sinistro.

Non si vede niente.

Non un mignolo di Thom Yorke, scorgo a stento una chitarra, omini confusi sul palco e basta. Hanno voluto strafare con luci e montaggio, nel maxischermo invece d’inquadrare i cantanti si succedevano riflessi viola e immagini confuse, un po’ a specchio, che avrebbero dovuto contribuire alla scenografia, ma che hanno avuto come unico risultato quello di occultare la vista a chiunque. Praticamente gli unici a vedere il concerto sono stati i primi 8.000 ad arrivare, piazzati all’interno delle prime transenne.

A noi sfigati niente, manco un’unghietta mentre cantava, non ho idea di come fosse vestito. Dall’impianto il suono usciva pulito, ma a volume contenuto. L’effetto era quello dello star dentro a una scatoletta di latta, da dietro sono riusciti ad ascoltarlo appena. Il prato, non essendo scosceso ma piatto, ha impedito una distribuzione a rialzo graduale da sotto al palco fino alle ultime file.

Così, non so se posso dire di essere stata al concerto dei Radiohead.

Ciò che ho visto ieri sera è stata la pelata di quello che avevo davanti, su sfondo di luci violacee, con i Radiohead in sottofondo. Settanta fottutissimi euro buttati. Più quelli per le birre, praticamente un furto.

Non poteva mancare il venditore abusivo di birra infiltrata da fuori, mezza tiepida, alla bellezza di 5 euro a lattina da 0,33 cl. Si sarà fatto due, tremila euro senza versare mezza gocciolina di sudore, visto che gliele strappavano dalle mani. E…sorpresa… di dov’era costui? No, non campano belli miei! Era veneto, perfettamente riconoscibile dall’accento marcato. 

Per fortuna la voce di Thom è sempre la voce di Thom. Il suo falsetto è perfetto, quando canta a voce piena altrettanto. Non sgarra niente, così come il resto della band. Impossibile non emozionarsi, quando andando a ritroso in scaletta si arriva ai pezzi mozzafiato di OK Computer. Chiude con Karma Police e là ti sei già dimenticato tutto quello che ti ha fatto incazzare. Ci guardiamo con gli occhioni inumiditi, le loro canzoni sono comunque parte di un vissuto che ormai ci scorre nelle coronarie.

Però… c’è un però.

Primo: mi aspettavo una cosa più ballereccia e che i brani fossero meglio legati tra loro. Si è invece preferito andare indietro con gli album, dall’ultimo al primo, ripercorrendoli cronologicamente, in maniera un po’ pedissequa e poco emozionale. Poi, per favore, mi sono venduta le cornee per venire, potresti dire qualcosa di più di “ciao Firenze?” e “Come va?”. Mi fareste, di grazia, un po’ di show? No eh? Già mi devo sentire la gente che stride sulle note dei pezzi che si ricorda, inventandosi il testo. Se vai a un concerto della Amoroso, quelli che ti cantano intorno coprendone le urla possono solo farti un favore. Se 30.000 malinconici si avventurano sulle note di Everything is in its right place, giusto per dirne una, il risultato è che ti si sfondano i timpani.

C’è da dire che su alcuni brani è calato il silenzio, un mutismo che sapeva d’apnea. Ho apprezzato le persone volessero davvero ascoltare, per il resto che canticchino ci sta, è un concerto all’aperto e non un Auditorium. Sarà che alla fine ero così nervosa per non aver goduto come si doveva della serata da essere diventata intollerante.

Finito il tutto, ci evacuano alla cazzum. Defluiamo seguendo gli altri, non c’è un cartello dico uno e non si capisce dove stiamo andando, però facciamo come i topi e ci aggreghiamo senza troppe domande. Ripartiremo all’alba per arrivare in tempo in ufficio e con una consapevolezza in più sulla pellaccia: concerto a Firenze? MAI PIU’!!!!!!!!

La cosa realmente sorprendente? Eravamo felici lo stesso.

 

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