Vancouver o de la qualità di vita. Impressioni di Febbraio



Barbara Gigante

 

        Finalmente il sole ha graziato anche Vancouver. Era tutto grigio quando sono arrivata, in quella che m’era sembrata, a primo acchito, solo una newyorketta dall’accento inglese. Qui piove sempre d’inverno. Distingui appena il cielo dai palazzi, le nuvole planano a pelo d’acqua sulla baia che promette il Pacifico. Downtown è una sfilza di siluri vetro e metallo che s’ergono da terra, si fanno vedute dai ponti, dentro l’indaco dei porti, alti e tutti in fila; le luci appannate nella nebbia li spennellano d’oro.  Se te ne allontani, invece, le case s’allargano e s’abbassano, è tutto uno sbracarsi di ville, viali, erbetta e siepi.

Sono qui da poco più che due settimane, ho ancora oltre due mesi davanti, ma mi piace l’idea di fissare una prima impressione e confrontarla con quella che avrò poi, quando dovrò lasciarla.

Vancouver è considerata la città più vivibile al mondo. Quello che chiamiamo “qualità della vita” pare che qui diventi realtà. Ignoro i parametri di siffatte classifiche e sostengo che i luoghi facciano le esigenze più di quanto le esigenze facciano i luoghi. Voglio indagare questo particolare concetto di qualità limitandomi, quindi, a riportare le cose che mi hanno incuriosito a primo impatto, lasciando certamente incompleta la narrazione, avendo avuto poco tempo per visitarla sinora.

Considerare un posto molto vivibile credo abbia a che fare anche con la sua densità di popolazione. Tanto per cominciare, a Vancouver non c’è abbastanza gente per dar luogo al concetto di ressa. Se si considera solo la città e non tutta l’area urbana, i suoi abitanti sono solo 603.500.

 

Basterà a svelare il segreto dell’efficienza dei mezzi pubblici?

Forse, ecco, se chiedessero a me cosa migliori la qualità della vita, alla velocità delle reazioni nucleari risponderei proprio i mezzi pubblici. E varrebbe anche se la domanda fosse, invece, cosa può renderla impossibile questa vita. Se funzionano, allora per magia dimezzi smog e traffico; se non vanno, diventato un quotidiano incontro di rugby. Non puoi empatizzare mentre ti difendi, la cosa si rispecchia sulla disposizione umana e ed ecco che a Roma parte una bestemmia e uno spintone ogni cinque secondi, qua, invece, i denti li usano solo per sorridere.

La gentilezza, la cortesia, la buona disposizione verso il prossimo, concesse da uno stile di vita poco stressante, posso dire, in effetti, che cambino la giornata.

Nonostante a Vancouver gli autobus passino con la frequenza professata dai cartelli, dunque tutto scorra più velocemente, imbarcarsi sull’autobus sembra un processo che avviene in tutta calma. Si sfila davanti all’autista con l’abbonamento in mano, lo si saluta, ci si siede qualora ci sia posto. Se arriva prima l’autobus di te, ti aspetta. Tramite un altoparlante, il conducente dà indicazioni sulle porte disponibili, chiede di alzarsi se stanno salendo persone anziane, sollecita di far spazio quando entra un passeggino, solo dopo che è stato ben bloccato dalla madre riparte. In una specie di danza delle ore, l’assetto dell’autobus cambia elegantemente a ogni fermata, per far sì che si rispetti la gerarchia della necessità sui posti disponibili. Tutto ciò avviene in estremo silenzio e mutua complicità.

Un’altra cosa da cui si resta stregati è proprio il SILENZIO. Direi che qui si sfiora il mutismo di massa. E’ come se ovunque fosse affisso un gigantesco cartello “non disturbare”. Quindi, a seconda dei momenti, a me che sono italiana, sembra di stare a volte in una biblioteca, a volte in un cimitero.

La fermata si prenota tirando una cordicella retrò che scorre sui lati dell’autobus e quando si scende, obbligatoriamente, si ringrazia l’autista. Cioè, in fondo, si costringe l’autista a dover rispondere 6000 volte al giorno “prego”. Non tanto la cortesia a forma di martello, è l’incasellamento a darmi fastidio: non c’è spazio per la spontaneità di una variazione, si eseguono ordini sociali.

Un’altra cosa che mi ha dato molto da pensare è il loro rapporto a rovescio con il fumo. Oltre a interi edifici no smoking, in cui non si può fumare neanche stando in casa propria, dal gennaio 2018 è entrata in vigore la legge per la quale devono essere sgomberi dal fumo anche le entrate, le finestre e i dintorni di qualsiasi edificio con accesso al pubblico. Non si può fumare nei parchi e nelle strade, tanto meno nelle spiagge, di cui pure Vancouver è piena. Quindi non solo non puoi accenderti la sigaretta in cortile, devi starne a 6 metri di distanza. Peccato che a meno di 6 metri dall’edificio ci sia un altro edificio e poi un altro ancora, così l’unico posto dove ti sarebbe concesso fumare è in mezzo alla strada. No, non sul marciapiede, proprio sulle strisce spartitraffico.

Per contro, a quei 6 metri di distanza, puoi fumarti anche un torcione d’erba, non importa niente a nessuno. Nella Zona 1 di Vancouver, praticamente il suo cuore, puoi comprare marijuana a scopo medico e ricreativo senza neanche dover aspettare che arrivi luglio e Justin Troudeau, presidente del Canada, compia la promessa fatta in campagna elettorale, quella di liberalizzarne il commercio. Esisteranno delle vere e proprie multinazionali della cannabis, con benefici economici vertiginosi per l’economia interna canadese, ancora non del tutto stimabili in cifre. A Vancouver, comunque, già funziona così, quindi di fatto accade che, per fumarmi una sigaretta, mi toccano 18 piani di ascensore e allontanarmi di 6 metri dal palazzo; in compenso, però, per strada arrivano zaffate d’erba da ogni dove e chiunque passi si adegua. Se hai un bambino sta a te ricordarti di camminare dal lato interno della strada.  

Con una simile impostazione della faccenda, così estrema nella gestione dei suoi opposti, non ci avevo mai avuto a che fare. Non assomiglia neanche all’Olanda.

Al contrario del fumo, lo sport viene sovraesposto. Tutte le palestre hanno la vetrata a vista sulla strada, perché a chiunque passi si deve strozzare in gola il ricordo dei pancake con la glassa di cioccolato e sciroppo d’acero che s’è scofanato prima, quando l’ha trovato in offerta al supermercato. Costa tutto tanto, qua, se vuoi mangiare verdura fresca ti fanno uscire i capillari dagli occhi, ma le schifezze e i dolciumi li svendono a pochi spicci. Tuttavia, stando alla stima d’incontri con obesi per strada, Vancouver non ha nulla a che vedere con New York. Qui c’è piuttosto il rischio che t’investano runner e biciclette se non stai camminando sulla giusta corsia. E’ un posto decisamente votato allo sport, alle attività outdoor e all’escursionismo. Riescono a trasmetterti anche una discreta ansia a riguardo.

Tuttavia, quando parlano di qualità della vita, mi sa proprio che ce l’hanno con il bilanciamento tra urbanizzazione e natura. Io una città che avesse le spiagge che danno sul fiordo in cui s’insinua l’Oceano e contemporaneamente le piste da sci a meno di un’ora dal centro città, non l’avevo mai vista. Quella penisoletta verde, che dall’alto sembra muschio di presepe galleggiante, è Stanley Park, ma è solo una delle riserve naturali presenti in città. Sostanzialmente, puoi fare trekking e un’ora dopo sei a lavoro. Non credo esistano molti altri posti al mondo in grado di vantare un assemblaggio tanto fortunato.

Questo poco so per ora.

Altre stramberie, come quella di pagare il conto in caffetteria tramite app o l’ossessione per le banane, me le andrò appuntando passo passo e ne farò un elenco. Anche se una volta che sarò di nuovo a casa, temo proprio, l’unica stramberia mi sembrerà quella di esserci tornata.

Alla prossima puntata.

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