Storia di un amore felice


Voglio raccontarvi la storia di un amore, quello di Lucilla e Alessandro. E’ iniziato a Roma, in un modo che di romantico ha avuto poco: una macchina carica di uomini si accosta a una fanciulla, affiancandola a passo d’uomo con la scusa di un’indicazione, come si fa al sud, più per goliardia maschile che per incassare risultati. Me la immagino la mia amica quel giorno, mentre cammina col suo bel culo a pizzo, indispettita dalle avances dei soliti buzzurri, mentre nota con la coda dell’occhio che quello più riservato, quello che tenta un po’ di contenere gli amici, in realtà non è affatto male. Lei, però, è una di buona famiglia, una tipa bon ton e il numero non glielo smolla mica, al massimo lascia il contatto facebook, senza ammettere a se stessa di sperare che lui la ricerchi alla svelta, dandoglielo con la stessa sufficienza di certi signorotti quando buttano due spicci nel cappello di un barbone: più per sentirsi superiori che caritatevoli.

Insomma, una roba su cui non avrebbe scommesso nessuno.

Andateglielo a dire ora, a quella che ieri ha pianto per l’intera celebrazione del loro matrimonio, tenutosi nella maestosa cattedrale di Trani, e io appresso a lei, come non ho mai fatto, cavandomi dagli occhi tante lacrime da poter riempire la plafoniera dell’acqua santa. Quando incontri l’amore vero t’investe, se ti apri sgorga, non lo puoi trattenere. Sono passate molte cose, io ho assistito solo ad alcune, le altre me le sono fatte raccontare, nei pomeriggi tra caffè, sigarette e aspirazioni giornalistiche a Napoli, quando l’ho conosciuta, frequentando lo stesso master.  O meglio io ne frequentavo uno, lei due, e prima di conoscerla pensavo pure di essere una tipa ambiziosa. Lucilla mi ha insegnato tante cose, ma due su tutte. Lo sapevo già che l’apparenza inganna, ma prima di diventare sua amica non avevo capito quanto: ricordo quando la incontrai nella residenza universitaria ai quartieri spagnoli, con il microvestito viola e il tacco 12, di martedì, davanti al distributore dell’acqua. Perché Lucilla è così, lei si mette i tacchi e si pitta le unghie anche per comprare l’acqua al distributore. Pensai: “ma da dove è uscito ‘sto fumetto?”. Ho scoperto che la signorina, oltre ad avere una testa e una determinazione da far invidia, era una persona incredibile. L’ho vista arrampicarsi su un dirupo dove c’era una sperduta redazione televisiva per fare uno stage extra nei weekend. Ho assistito a come assecondasse i suoi talenti artistici, godendo di essi con la gioia di una bambina di cinque anni, senza vergogna alcuna di divertircisi tanto. L’ho vista crescere, acquisire sobrietà di pari passo a quanto maturasse  sicurezza in se stessa e ho visto Ale sempre là, a sostenerla, suo primo fan, c’era sempre, senza limitarla mai, aspettando che quel bisogno di sentirsi necessariamente sexy venisse spiaggiato dalla forza impetuosa con la quale l’amava.

Lucilla mi ha coperto mentre tremavo buttandomi il cuore addosso, mi è stata vicina quando ero così lontana da me stessa, grazie alla sua straordinaria sensibilità, capendo il momento che stavo passando e tenendomi la mano mentre cercavo disperata l’interruttore della luce. Non so ancora come dirle grazie per avermi visto l’anima anche quando era coperta da una nuvola nera di malessere. L’altra cosa che mi ha insegnato è come voglio essere trattata: è la tipa che o ti comporti come dice lei o ti tira un calcio nel sedere. Non mi accontenterò mai, piuttosto rimango sola per sempre, di un uomo che mi guardi in modo diverso da come Alessandro guarda lei. Sembra che tutte le altre donne esistano solo per ribadire la differenza. E non sono affatto noiosi, sapete, lui è terrigno, da buon napoletano è verace, il tipo che dove la vede la vede le piazza una mano sul culo, ma è anche di una dolcezza straordinaria, un’integrità morale rara, un gusto per le cose semplici e genuine commovente. Io li chiamo pour homme e pour femme, come le boccette di profumo, perché è proprio così che sono, l’essenza del maschio e della femmina incarnati in un due corpi umani. In chiesa ho detto pure le preghiere, io che sono atea e di solito resto a bocca chiusa, perché penso che un dio non ci sia ma nel dubbio, semmai qualcosa ci fosse, li deve proteggere e allora tanto vale provare a chiederglielo.

Non so quale sia l’eziologia di un amore da marciapiede, cosa lo porti fino a una cattedrale, so solo che li ho visti aspettarsi. Non rincorrersi, non darsi per dispersi, li ho visti sedersi finché non arrivava l’altro, li ho visti telefonarsi a lungo, incontrarsi in hotel come fuggiaschi, quando l’unica cosa da cui scappavano erano le circostanze che li tenevano separati. Al tempo in cui li ho conosciuti, solo pochi anni fa, Alessandro, che nella vita fa il vigile del fuoco, lavorava a Milano. Lucilla, invece, studiava a Napoli. La loro storia era già viva e attiva da 4 anni, ma non hanno mai smesso di chiedersi quando sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbero potuto chiamare casa la loro casa. E, da persone intelligenti quali sono, non hanno mai smesso di chiedersi neanche: funzionerà anche quando saremo vicini? La risposta è sì, ha funzionato e il loro matrimonio mi ha fatto capire che non sono affatto contraria ai matrimoni, sono contraria ai matrimoni diversi da questo. Ho capito che l’amore non solo esiste, è anche molto crudele: il fatto che non esista è una bugia inventata da coloro i quali non gli erano destinati. Mi vengono in mente i versi della Szymborska:

“Chi non conosce l’amore felice

dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire”.

Loro ce l’hanno, nessuno dotato di un minimo di spirito d’osservazione potrebbe negarlo. Io posso solo accodarmi al prete, stranamente molto simpatico, che a fine matrimonio ha detto loro: difendetelo con i denti questo amore.

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