Storia di un’integrazione riuscita


Barbara Gigante

Esistono storie che nessuno si prende la briga di raccontare, semplicemente perché sono “normali”. Accadono a persone che condividono con noi gli spazi quotidiani, ma su cui c’è poco da dire, perché quali reazioni vuoi che susciti una ragazza che va a fare la spesa, cucina, si sveglia, studia, pulisce, lavora? E non ha ammazzato nessuno? No. Neanche un furtarello? No, niente. E allora che la racconti a fare?

Proprio per questo, per dire che per ogni delinquente ce ne sono migliaia che invece portano avanti con grande dignità la propria faticosa esistenza. Se ne sentissimo parlare più spesso, forse riusciremmo ad avere un quadro più nitido su quale sia il rapporto tra immigrazione e criminalità.

Sono belle storie, come quella di Binta, che ha 27 anni e viene dal Mali. In due anni e mezzo è stata in grado di ambientarsi perfettamente nel nostro Paese, dove sta ultimando il percorso di studi per diventare mediatrice. Ha imparato la nostra lingua molto bene, lavora come traduttrice per i centri d’accoglienza e anche in un bar. Il tutto senza smettere di chinarsi sui libri. Sta anche scrivendo un racconto sulla sua storia, per ora in francese, ma che una volta finito tradurrà in italiano. Quando le ho chiesto come mai non avesse preferito fare domanda d’asilo per la Francia, dal momento che lì non avrebbe avuto difficoltà a comunicare, mi ha risposto:

 «Il francese lo sapevo già, volevo imparare un’altra lingua. Mi sono detta, se ce l’hanno fatta gli altri perché non dovrei riuscirci io? E poi dopo aver attraversato il mare su un gommone non avevo più energie per trasferirmi di nuovo altrove».

 Non esattamente una morta di sonno, insomma.

Ha un difetto, poverina: è molto bella. Così deve sopportare che spesso le si avvicinino per chiederle quanto si prenda. «Vedono una nera e parte in automatico la domanda: “quanto vuoi”?». Mi confessa di restarci male ogni volta, ma di non avere il tempo neanche per mandarli a quel paese.  

A me Binta piace tanto perché è un baluardo femminista. La zia voleva che sposasse un settantenne, di cui avrebbe dovuto essere la quarta moglie, per ragioni di soldi e onore familiare. L’uomo aveva già una quindicina di figli, alcuni anche più grandi di lei. Mi spiega che nel suo Paese sono di religione islamica, ma ci sono anche i cristiani. In questo caso, però, più che la religione, c’entrava il decoro familiare e l’ossequio verso la tradizione. Così decide di scappare, passando per il deserto del Niger fino alla Libia, dove si ferma due anni, a casa di un’amica.

In Libia però impazza la guerra, la situazione degenera ogni giorno di più, dunque quando le viene proposto il barcone della speranza per l’Italia, decide di andare via anche da là.

Le chiedo come pensava che fosse l’Italia prima di vederla, mi risponde che non ne aveva idea, sapeva solo fosse meglio della Libia.

«Siamo arrivati e abbiamo aspettato la croce rossa» – mi racconta, descrivendomi quella notte d’inferno in cui ha attraversato il Mediterraneo per raggiungere le nostre coste. E’ salita su un gommone insieme ad altre 90 persone. Gli scafisti caricano tutti insieme e affidano i remi a quelli un po’ più esperti, nel suo caso i senegalesi, che di navigazione si sperava ne sapessero più degli altri. Mettono loro in mano un telefonino satellitare e via, forza di braccia, una remata dietro l’altra, verso non si sa dove.

Domando quanto possa far paura una cosa del genere. Mi risponde che una volta arrivata vicino al mare, quella macchia scura come il petrolio di cui non si vedeva la fine, ci aveva ripensato e voleva scappare da là, ma gli scafisti si sono imbestialiti.

Hanno minacciato di ucciderla pur di non restituirle i soldi, 500,00 euro. «Una volta che arrivi al mare, devi salire, non hai altra possibilità» – mi spiega Binta.

Non l’hanno lasciata andare, non solo perché non volevano restituirle il denaro, ma soprattutto per paura che potesse denunciarli alle autorità libiche. No, non perché queste sarebbero intervenute in qualche modo, ma perché anche loro vogliono soldi dagli scafisti, dunque hanno paura che qualcuno riveli dove si trovino. Così, senza più scelta, Binta sale sul barcone della speranza.

Il viaggio in mare lo ricorda orribile. Le provviste scarseggiano, cibo e acqua non bastano mai. A un certo punto il barcone s’incrina e comincia a imbarcare acqua. Così, le sono morte accanto oltre 20 persone. Le chiedo come sia successo, mi dice che si sono gettati in mare pensando che sarebbe affondata l’imbarcazione e hanno cominciato a nuotare, morendo poco dopo inghiottiti dagli abissi.

«Acqua salata, c’è solo acqua salata. A destra, a sinistra, davanti, dietro».

Quando finalmente è arrivata in Italia, l’hanno portata in un centro d’identificazione, mi dice che allora ha sentito d’essere salva. «Ho pensato solo, ok, ho lasciato la guerra, ora sono qui».  

Ha vissuto in Veneto, dove gli episodi di razzismo non sono mancati, poi è arrivata nel Lazio, ma neanche qui è sempre filata liscia. Ora è residente a Cassino (FR), ha preso una bella stanza in affitto e continua a collaborare con un’associazione che si occupa di migranti, Rise Hub, a Broccostella (FR), vicino al lago di Posta Fibreno.

Uno di quei casi in cui le associazioni fanno bene il proprio lavoro, creando occasioni d’incontro tra la popolazione locale e i ragazzi ospitati dalla struttura. Un’iniziativa interessante è quella del catering multietnico. Ognuno porta a tavola un po’ della propria cultura culinaria, rendendosi utile e imparando i piatti delle tradizioni altrui. Insieme a tante altre attività che vengono organizzate in quel contesto, è un modo per favorire interazione tra le parti e sviluppo locale, aiutando la cittadinanza ad avvicinarsi a questi ragazzi senza paura.

Binta sorride, ha gli occhi dolci, ma se le chiedi di raccontarti l’episodio di razzismo più brutto che abbia vissuto si rifiuta, si chiude. Mi dà la misura della gravità di quello che ha passato, se non ce la fai neanche a ripeterlo deve averti turbato parecchio.

Ancora la avvicinano per chiederle la sua storia, ma lei sopporta quando poi, pur avendola ascoltata, concludono sempre con la stessa raccomandazione: tornatene al Paese tuo.

«Ma non rispondo, non sono abituata a rispondere alle persone anziane».

Non sanno o forse non gli importa, che Binta non può più tornare a casa perché la famiglia la odia. Ha disonorato la tradizione.

«Mi chiedono perché non li ho denunciati alle autorità, ma lì non c’è alcuna autorità che vada contro la tradizione e la famiglia è al di sopra di qualsiasi messa in discussione».

 I fratelli, però, le vogliono bene. Ne ha due, uno più grande e uno più piccolo, sono loro che l’hanno incoraggiata a scappare.

Binta ce l’ha fatta, è salva, ha una vita, un lavoro, degli amici. Può sposare chi vuole e non essere presa a colpi di mortaio solo perché attraversa la strada sbagliata. Però se le chiedi se lo rifarebbe ti dice di no, che non risalirebbe mai su quella barca. E non perché non ne sia valsa la pena, questo l’ho capito osservandola. Piuttosto perché il ricordo della paura è ancora così presente in lei da non lasciarle pensare di poterlo affrontare un’altra volta neanche solo ipoteticamente.

E’ felice qui, ma colgo la vastità del dramma che ha attraversato e che a oggi ancora si porta appresso nella sua totalità solo con la risposta all’ultima domanda che le rivolgo, quella sul suo sogno più grande: casa.

Come ogni cuore in esilio, il sogno è sempre casa. 

La ragazza nella foto non è Binta, per tutelare la sua privacy si è preferito l’utilizzo di un’immagine di repertorio

 

 

Condividi...