Intervista colloquiale a Lorenza Perrone


Barbara Gigante

Con Lorenza l’intervista doveva essere colloquiale per forza: non è solo una delle migliori pole dancer riconosciute in Italia, è anche la mia insegnante, a lei devo l’iniziazione a questo mondo di pali e corpi volteggianti nell’aere da cui ora non saprei più staccarmi. 

Sapevo in me da qualche parte ci fosse una ballerina dormiente, ma Lorenza è riuscita addirittura a presentarmi la scimmia, che a quanto pare è viva e lotta dentro di noi.

Arrampicarsi su un palo ha un che di atavico, è una di quelle cose che un po’ ti sembra abbia dell’incredibile, un po’, invece, hai la sensazione di averla sempre fatta, ma in un’altra vita.

Comunque, ve la presento. Classe ’92, professione libellula e insegnante di leggerezza, certificata Xpert, quest’anno riconfermata miglior pole dancer d’Italia dalla community di Pole Dance Italy, il portale di riferimento per gli amanti della pole dance in Italia. Insieme alla sorella Eugenia, a Roma, ha messo su il Monkey Lab Aerial Studio, eletta, sempre dalla community, miglior scuola d’Italia per due anni di seguito.

Nonostante le indiscutibili doti, di cui si sono accorti anche i suoi quasi 15.000 followers su Instagram, a Lorenza non piacciono le competizioni. Racconta di averne preso parte solo una volta, all’Italian Pole Dance Contest, dimenticando, per l’emozione, quasi tutta la coreografia, ma riuscendo ad arrivare terza nonostante l’improvvisazione. Da quel giorno, però, avendo visto naufragare il lavoro di mesi, ha deciso che le gare non sarebbero state il suo obiettivo principale, dedicandosi piuttosto all’insegnamento e alla ricerca.

Ah, dimenticavo, è bella come una dea in chiave contemporanea.

Vagando per questo nuovo mondo della pole, a metà tra arte e fitness, scopro che le certificazioni funzionano in modo particolare, è un po’ come se ognuno si creasse la sua. Si lavora sulla formazione dell’insegnante che poi verrà assorbita nello studio dove si è preparata, così da formare diverse accademie, ognuna con il proprio metodo. Quando si parla di pole dance, quindi, bisogna aver presente che è una disciplina ancora in formazione ed espansione, fluida nella sua costituzione e in perenne aggiornamento, anche se spesso, per lo stesso motivo, stretta tra le grinfie del mero business. Chiedo a Lorenza se sia anche riconosciuta come disciplina olimpica.

«No, assolutamente no, la procedura affinché una disciplina rientri in quelle approvate dal CONI è lunga. Innanzitutto l’ente ha il compito di accertarsi che sia diffusa e radicata in tutto il territorio nazionale, che vanti un numero sostanziale di associati, insomma che non sia solo una moda.»

Però si va in quella direzione, giusto?

«Ci sono enti di promozione sportiva che si dedicano alla promozione delle nuove attività, per esempio lo Xen o la Fisac riconoscono la pole e si preoccupano di diffonderla. Prima che la pole dance arrivi al CONI ci vorrà un bel po’, non è detto che accada e io neanche lo spero.»

Come mai?

«La pole per me rimane una forma d’arte, non ce la vedo alle Olimpiadi, verrebbe standardizzata, mentre la possibilità di esplorazione del movimento nella pole è infinito.»

Mi parli del tuo percorso? Come ci sei arrivata?

«Ho fatto anche ginnastica artistica, ma prevalentemente danza: moderna, hip hop, contemporanea e qualche infarinatura di danza classica, ma sono troppo indisciplinata per quel mondo” – dice ridendo.

Alla pole è arrivata già grande, dopo il liceo, grazie a un’inseparabile amica che l’ha trascinata a lezione, ma non pensava sarebbe diventato il suo mondo. Nel giro di pochi anni eccola qua.

«Dopo alcuni mesi la mia prima insegnante, che era bravissima, si è infortunata – continua Lorenza – ho provato altri corsi, ma non mi trovavo e ho iniziato ad allenarmi prevalentemente da sola, finché non è arrivato a Roma Steven Retchless.»

Dal ballerino e pole dancer americano Lorenza ha preso ispirazione e ricorda quei mesi come i più formativi per il suo stile personale. Poi, tre anni fa, decide di aprire la scuola che ora la impegna a tempo pieno.

Come mai questo improvviso interesse generale per la pole dance? Pensi sia solo transitorio o destinato a durare?

«L’andare in palestra, in senso classico, con il personal trainer e i macchinari, al di là degli appassionati, per gli altri risulta noioso. La pole, invece, si staglia su un’esigenza ricreativa, è una di quelle attività che si fa in gruppo, a ritmo di musica, è coinvolgente. I risultati si vedono velocemente, a ogni lezione ti porti a casa qualcosa, mentre in sala pesi ci vuole più tempo per la ricompensa allo sforzo. Se l’interesse per la pole è destinato a durare dipende da quanto siamo bravi noi addetti ai lavori a diffonderla e a coinvolgere il maggior numero di persone possibile. E’ tutto nelle mani degli insegnanti.»

Si lotta per far capire la differenza tra pole e lap dance, però mi hai raccontato che all’inizio lavoravi soprattutto con le ballerine dei night…

«Era una cosa nuova, quindi più facile che interessasse chi già era entrato a contatto con questo tipo di attività. Le streeper si sono accorte per prime che potevano inserire figure acrobatiche negli spettacoli per renderli più interessanti, era un modo anche per elevarlo di qualità.»

E quand’è che il palo esce dal night e diventa arte?

«Semplicemente ci si è resi conto che c’era del potenziale nello strumento, che lo si poteva usare per acrobazie e spettacoli che l’aspetto erotico se lo lasciavano un po’ alle spalle. Qualche mente manageriale ha investito sull’apertura dei corsi e da lì è andata crescendo.»

Lorenza mi spiega che la pole ha altri mille tipi di contaminazioni, come il palo cinese, una disciplina nata nei circhi: i cinesi per primi hanno iniziato a utilizzare i pali dei tendoni come fossero parte della coreografia, salendoci sopra. Non solo night insomma.

Allora spieghiamola questa cosa, perché si continua a farla tutti ignudi? Al massimo un top e una culotte?

«Perché sennò non si “grippa”, non si aderisce al palo. Non è che ci piaccia starcene nude al gelo del 15 gennaio, è necessario per non scivolare. La pelle nuda fa attrito. Al contrario, nel palo cinese più sei coperto meglio è, perché il materiale è diverso e rischi di ustionarti.»

Ma una componente di erotismo è rimasta?

«Per me qualsiasi corpo in movimento rimane espressione di sensualità durante un’esecuzione fisica. E’ bello esteticamente ed eccitante da un certo punto di vista. Più che erotica, direi che la pole è sensuale. Poi esiste l’exotic pole, che è una branca, tutta incentrata su movimenti e coreografie sexy, ma appunto, è solo uno degli stili possibili.»

Qualcuno si è permesso di dirmi che è una disciplina un po’ tamarra, mi hanno detto che è cafona. Mi dai qualche nome, a parte il tuo chiaramente, di pole dancer di cui bastano due minuti su youtube per far parlare inequivocabilmente d’arte?

«Basta guardare i video dei pole art, che è una delle competizioni più belle previste dalla pole, un vero e proprio spettacolo. Solo per dirne alcuni: Oona Kivelä, Marlo Fisken, Michelle Stanek o lo stesso Steven Retchless.»

Ci pensa un attimo, poi mi fa: «Però tamarro non l’avevo mai sentito!»

Da quando insegni, osservando chi s’iscrive ai corsi, hai riscontrato un minimo comune denominatore tra le persone che si interessano a questo tipo di disciplina?

«Forse la voglia di mettersi in gioco e rientrare in contatto con il proprio corpo oppure farlo da zero, ci sono persone che non hanno mai praticato alcuno sport da piccole. Loro sono creta grezza su cui lavorare, a differenza delle ballerine classiche, che sono bellissime e hanno linee meravigliose, però anche delle strutture mentali difficili da scardinare.»

A questa domanda, in realtà, mi ero già risposta da sola: a pole ho visto quel tipo di donna che accetta di tornare a casa con il corpo tumefatto se quelli sono i segni delle cadute da un palo cui si è autoconsacrata, con sforzo e intensità costante, al solo fine di farsi del bene. Ma che se il marito o chi per lui dovesse azzardarsi a sfiorarla con un dito si prenderebbe una testata tra occhi e naso.

Inutile negare, comunque, che per ora la maggioranza degli adepti alla pole dance è costituita da donne. Chiedo a Lorenza, però, se sia loro appannaggio o  se anche il sesso maschile possa interagire con il palo senza necessariamente perdere di virilità.

«Ci sono uomini che hanno provato, ma mi credi se ti dico che si scoraggiano per il dolore fisico? Noi donne dalla nascita alla morte siamo programmate per provare dolore, tutti i mesi ne abbiamo uno. Diciamo che ci adattiamo più facilmente a questo fattore rispetto agli uomini. Mi è capitato qualcuno che si lamentasse dei peli che si strappavano. Per il resto, comunque, quando sono gli uomini a fare pole si esprimono in modo più fisico, con salti, flip, bandiere, hanno dalla loro la forza bruta. Ci sono dei Paesi in particolare dove gli uomini da questo punto di vista sono totalmente emancipati. Per esempio in Russia, penso che sia una questione di approccio alla disciplina. Anche in Cina è così. Lo vedono per quello che è, un’attività fisica, dove puoi mettere del tuo, anzi, anche meglio, tramite le rivisitazioni personali creare qualcosa di originale.»

Come nascono le figure? Chi le inventa?

«Con la ricerca: provi a variare la posizione di un braccio, una gamba, la testa, fai esperimenti. E quando viene fuori qualcosa di carino lo pubblichi sui social, Instagram, Facebook, ed è la stessa comunità di appassionati e addetti ai lavori che istituzionalizza il risultato. A quel punto puoi anche mettergli il tuo nome.»

C’è un’età prima della quale non è il caso di iniziare e una limite, in cui ormai è tardi per dedicarsi alla pole?

«La data di scadenza non mi sento di indicarla, dipende dalla prestanza fisica, se si è sempre praticato qualche sport lo si può fare a tutte le età. C’è stata una settantenne a Italian’s got Talent che ha fatto un figurone. L’età per iniziare, invece, direi intorno agli 8 o 10 anni. Per adesso sono ancora molto poche le scuole di pole per bambini.»

Che sogni restano a una nata nel ’92 che è già riconosciuta in Italia e all’estero e ha una scuola pluripremiata?

«Innanzitutto far crescere molto la mia scuola e formare degli ottimi insegnanti. Dico sempre che questo è il mio presente, lo so, ma non sono certa sia anche il mio futuro. Non che voglia eliminare la pole dalla mia vita, però non sono certa che sarà per sempre la mia occupazione principale. Gestire la scuola in sé è una cosa che mi piace tantissimo, non credo che vorrò mai smettere. Nel frattempo sto studiando un mio metodo con contaminazioni di varie attività che mi piacciono: l’obiettivo è creare uno stile tutto mio».

Ph. Stefano Roscetti

 

 

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