Intervista colloquiale a Remon Karam


Barbara Gigante

Gli scacchi e le rose dei calzini Vans a vista sulla caviglia, occhi roventi che ti guardano dritto e il sorriso di chi ha appena riacchiappato un aquilone. Remon ha vent’anni, quelli che dimostra; che sia egiziano lo sai perché te l’hanno detto, non te ne accorgeresti dal suo abbigliamento, dall’italiano impeccabile, dal modo di porsi, dalla carnagione scura che lo accomuna a tanti altri italiani. Da quando la sua storia è stata raccontata, prima in un articolo di giornale, poi nel libro di Francesca Barra dal titolo Il mare nasconde le stelle,  lo ha travolto una popolarità inusuale, alla quale tiene testa con un mix di beata indifferenza e dolce incredulità. La sua è una testimonianza, non si sente una star, è venuto solo per raccontare la sua storia. I ragazzi lo adorano, lo invitano nelle scuole. Sentirlo parlare è coinvolgente come una serie di Netflix, solo che quello che dice è vita vera. Che ha fatto di speciale ‘sto ragazzino? Niente, è “solo” venuto dal mare. E’ uno di quelli partiti su un barcone e arrivato in Italia. E’ stato fortunato, perché ha trovato una famiglia affidataria meravigliosa che si è presa cura di lui, dandogli quello che a nessun ragazzo al mondo, giovane uomo in trasformazione, dovrebbe esser negata: un’opportunità. Non starò qui a riassumervi nulla che possiate trovare sul libro, gli ho fatto le domande che m’interessava fargli, quasi sorvolando su un vissuto sul quale ogni giorno lo spremono e lo interrogano. Vi chiederò solo di fare un piccolo esperimento mentale. Quello di guardare ai quattordicenni che conoscete, alla preoccupazione che v’investe nel saperli tornare a casa da soli da scuola per la prima volta. Che si tratti dei vostri figli, di un cugino o di un nipote, immaginate quell’ansia di sapere se siano pronti ad affacciarsi, dalla totale innocenza dell’infanzia, a una giovinezza che vorreste prudente e temete sfacciata. E adesso tornate a Remon, alla sua preadolescenza, al giorno in cui si è imbarcato per andarsene via. E’ sparito per 15 giorni senza avvisare nessuno. Ha telefonato ai suoi per dirgli cosa avesse fatto e dove si trovasse soltanto quando ha potuto accedere a un telefono, dopo giorni dal suo sbarco. Da solo, ha preso la decisione più impegnativa e rischiosa della propria vita: abbandonare il tetto pieno d’amore in cui vivevano i suoi genitori e i suoi fratelli, per salire su un barcone che, se tutto andava bene, lo avrebbe portato a costruirsi un futuro lontano da qualsiasi garanzia affettiva di cui disponesse a casa propria. Chi mai lo farebbe? Quale quattordicenne si spingerebbe così oltre? Quello che è diventato grande troppo in fretta, a furia di persecuzioni per la sua religione cristiana, di volta in volta vedendosi ammazzare un amico, un parente. Suo cugino, mi racconta, è stato freddato da un colpo in testa la notte di capodanno. Perché era cristiano, questa la sua condanna a morte. Remon quando è partito voleva fare l’ingegnere. O forse voleva solo fare il quattordicenne. E lo voleva così forte che se n’è andato via per sempre. Nella notte, da solo, zitto zitto. Con la guardia costiera che gli sparava addosso e che per fortuna non è riuscito a raggiungerlo.

Quando ti hanno chiesto di scrivere un libro su di te, cosa hai pensato?

E’ stato una specie di miracolo. Francesca Barra è venuta a scuola a presentare il precedente libro, così ci siamo conosciuti; le hanno detto che ero egiziano e che ero arrivato qui da solo. Ha deciso di scrivere su di me un articolo sull’inserto 7 – Corriede della Sera n.d.r. – che ha comprato tutta Italia fino a esaurimento copie. Da lì hanno capito che la mia avventura piaceva e così è venuta l’idea di approfondire in un libro.

Dall’altro lato del Mediterraneo, cosa si capisce e si vede dell’Europa?

Non è che si abbia un’idea precisa, sicuramente in me c’era dell’incoscienza. Quella di non sapere cosa fosse l’Italia o cosa realmente stessi facendo e cioè prendere un barcone con 180 persone, dove avrei rischiato di morire. In Egitto non se ne parla, si parla di gente che parte e che arriva, non si parla mai di gente che muore.

Davvero? Non vi arrivano notizie dei naufragi? E perché?

Per l’idea che mi sono fatto io, perché c’è la mafia dietro. Mi viene da pensare che lo Stato favorisca questa situazione, anche se, quando siamo partiti, mentre tentavamo di raggiungere l’imbarcazione un po’ alla volta dalla spiaggetta, ci hanno coperto con un telo mentre la polizia sparava.

Voleva che vi fermaste?

Sì, sembrava che sparasse agli scafisti per farli fermare.

Gli scafisti sono con voi sulla barca?

Chiariamo, gli scafisti, quelli veri, stanno a casa loro ad organizzare, non rischiano niente. Poi ci sono quelli che guidano la barca e ti ci portano con un’arma in mano. Come li vogliamo definire? Sono scafisti pure quelli, solo che non contano niente, è gente che lo fa per soldi, per mantenersi, rischiando moltissimo nel ripetere l’esperienza tutte le volte.

E che succede quando arrivano in Italia anche loro con il barcone?

Niente, se è maggiorenne non c’è problema, perché non ha le autorizzazioni per restare in Italia e così lo rimandano semplicemente in Egitto. L’Egitto non è un paese in guerra o sotto povertà, quindi solo i minorenni restano in Italia.

Una volta in Italia, sano e salvo, non avevi voglia di denunciarli?

Ci avevano già messo in guardia sul fatto che ci avrebbero chiesto chi erano gli scafisti e che avremmo dovuto rispondere che non lo sapevamo. Tu sei al sicuro, ma se ti minacciano di ripercussioni in patria, sulla tua famiglia, non ti viene da fare l’eroe. Sulla barca ce n’era uno minorenne, 16 anni, venuto insieme a suo fratello. Sono sette figli e fanno questo per mantenersi. Non sanno neanche nuotare, né lui, né suo fratello.

Cosa fanno sul barcone?

Uno solo guida, gli altri servono per controllare le persone, minacciandole, per esempio se si lamentano per il cibo, scarso, sempre poco.

Quanto è durata la traversata?

Sette giorni, l’imbarcazione era di pochi metri e ci stavamo in 180.

E i vostri bisogni? Se qualcuno doveva fare la cacca?

Non capitava.

Come no? In una settimana?

Non mangiavamo nulla. Al massimo la pipì una volta al giorno. C’era un bagno, ma era sempre disponibile, non ci andava nessuno. Bevevamo dal tappo della bottiglia, tre volte al giorno.

Che facevi tutto il giorno?

Niente. Guardavo il mare, pensavo.

Ti sei pentito?

Quando ci sono salito sopra sì, quando sono arrivato no.

Sei stato fortunato perché hai trovato subito una famiglia affidataria, dalla quale soggiorni ancora adesso.

Sì, avendo quattordici anni ne avevo diritto fino ai 18, ma hanno voluto ospitarmi oltre, anche ora che ne ho 20. Abbiamo deciso insieme di continuare questa esperienza. Sulla carta non c’è nessuno.

La tua famiglia d’origine come l’ha presa?

Non gliel’ho mai chiestao; per loro non è una cosa bella da pensare, se la portano dentro. Sono passati sei anni e mio padre ancora mi chiama per dirmi che mio fratello piange, che è triste perché gli manco.

Li senti?

Sì, sempre. Quando abbiamo bisogno parliamo su Skype, ora più di prima.

Non li hai neanche avvisati, poverini. Cos’è che ti ha fatto compiere un gesto così estremo?

La guerra civile e religiosa in Egitto. Lì non c’è mai stata, almeno io non l’ho mai vista in quattordici anni, la libertà che vedo e respiro qua in Italia. Essendo cristiano è anche peggio. I terroristi possono attaccarti da un momento all’altro.

Vuoi ancora fare l’ingegnere?

No, ho cambiato idea. Sto studiando le lingue, l’italiano e l’arabo e l’egiziano che è un dialetto dell’arabo. Vorrei lavorare in ambasciata egiziana, qui o all’estero.

Un’ultima domanda e scusa se torno su questo punto, ma gli italiani o buona parte di essi pensa che cambi qualcosa in base a chi c’è al Governo da quest’altra parte del mare. Secondo te, in Egitto, c’è una reale percezione di ciò che accade in Europa?

Quello che vediamo in TV è che è sempre tutto bello, tutto meraviglioso. Questo è quello che ci raccontano. La TV egiziana non parla mai di questo fenomeno migratorio, né di chi parte, né di chi arriva, tantomeno di chi muore strada facendo. Per questo ho la sensazione che lo Stato sia colluso con la mafia dei trafficanti, però poi, se ripenso che ci hanno sparato addosso per non farci partire, mi sembra un controsenso.

Sei sicuro che quegli spari non fossero tutta scena?

Questo non te lo so dire.

Pensi che se avessero voluto fermarvi non ci sarebbero riusciti?

Effettivamente sì. Anche se dalle esperienze che mi raccontano altri, alcuni li riportano indietro e li incarcerano. Ho conosciuto un ragazzo che ha tentato di scappare quattro volte prima di riuscirci. Aveva un enorme morso sul polpaccio, gli hanno lanciato i cani contro. Mi ha mostrato gli sfregi sul corpo, si è salvato solo al quarto tentativo, nascondendosi nel grano turco.

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