Intervista colloquiale a Sami Modiano, reduce di Auschwitz


Barbara Gigante     

        Sami Modiano non lo sa, ma ha rivoluzionato la mia rubrica d’interviste prima ancora che potesse consolidarsi. Il colloquio è stato sì informale, perché così è questo elegante signore di 87 anni: lucidissimo, affabile, spontaneo. Non mi è stato possibile, però, rispettare la regola del dare sempre del “tu”, come mi ero ripromessa di fare anche se mi fossi trovata davanti il Papa. E non perché mi abbia imposto nulla, semplicemente perché ho scoperto il limite della confidenza, che non risiede nel presupposto istituzionale, ma in un’ineluttabile distanza il cui metro è il peso di un vissuto, l’affondo di un dolore, lo slabbro di una ferita troppo grande per essere prossima al suo interlocutore.

Non si può parlare direttamente a un’esperienza pari all’aver attraversato un campo di sterminio. All’aver assistito con i propri occhi alla follia omicida di quella Germania, in un dato momento storico stregata dal male assoluto, all’aver visto morire di stenti, di tortura, di freddo, di fame, d’esasperazione un così cospicuo numero di persone, all’aver osservato come si deteriori la dignità umana giorno dopo giorno dopo giorno, non si può dare del TU. Semplicemente perché tu, di quanto profondo sia quell’orrore, non ne sai niente. Tu, di quanto male si possa contenere senza impazzire, non sei degno di parlare. Puoi solo porti in religioso ascolto, prostrarti di fronte a una delle poche testimonianze dirette rimaste in vita. E sibilare le domande, quasi scusandoti per non avere neanche la minima, sbiadita idea di quanto atroce possa essere stato tutto questo.

Sami è con sua moglie Selma, hanno appena coronato il loro sessantenario di vita insieme. Gli è sempre accanto, usa i suoi dieci anni di meno per prendersene cura al meglio, si evince facilmente il loro sia un legame indistruttibile. Insieme con le professoresse dell’ITC Medaglia d’Oro di Cassino, l’istituto che ne ha richiesto la visita, ci sediamo a un tavolo. Non sono abituata ad avere molte persone intorno quando intervisto qualcuno, ma questa volta è così ed è già tanto se ho avuto l’opportunità, quindi cerco di vincere il senso di disagio e gli porgo la mia prima domanda.

Signor Modiano, Lei è sempre in giro per le scuole a parlare del campo di sterminio di Birkenau, facente parte del complesso di Auschwitz, rivangando quei mesi terribili passati al suo interno. Non è stanco di ricordare? Non vorrebbe smettere di riportarlo alla mente?

«Sì, sono stanco. Ma per rispondere a questa domanda devo partire da un’altra parte: quando sopravvivi all’inferno ti chiedi il perché. Avrei potuto morire così tante volte da non riuscire a contarle e mi sono sempre salvato per delle circostanze così occasionali, contingenti, ingiustificate, da interrogarmi sul come fosse stato possibile. Sapevamo di essere tutti condannati a morte, eppure io non sono morto. Se esci vivo da lì non può che essere perché hai una missione. Hai la responsabilità di trasmettere la tua esperienza alle nuove generazioni, affinché si scongiuri il pericolo che si ripeta. Quindi sì, sono stanco, ma soddisfatto.»

Il titolo del suo libro, del resto, parla chiaro. Si chiama Per questo ho vissuto. E’ edito da Rizzoli e a differenza di altri vezzi che mal sopporta, come l’applauso quando entra in un’aula o in una sala conferenze, Sami Modiano lo firma volentieri. Ho ottenuto addirittura una dedica in ebraico, fatta mentre mi precisa che non un soldo del ricavato sarebbe andato nelle sue tasche, essendo invece desinato al museo sulla Shoah di Roma. «Non avrei mai potuto lucrare sulla tragedia di undici milioni di persone che lì dentro sono morte. Non solo ebrei, ma anche omosessuali, prigionieri politici, rom, portatori di handicap» – mi dice guardandomi dritta in faccia.  

Proseguo, gli chiedo se la sua fede in Dio sia stata compromessa da quell’esperienza.

«Sì, lo è stata eccome. Non puoi assistere a tutto quello a cui ho assistito io senza chiederti dove sia Dio. Ho bestemmiato anche e mi reputo fortunato perché nonostante tutto l’ho recuperata la mia fede, mentre c’è chi non l’ha ritrovata mai più. Sono scampato alla marcia della morte, ci ho visto una forma di predestinazione. Ero un ragazzo di 13 anni e mezzo. Impossibile cancellare.»

Di recente, un ragazzo della mia età si è tolto la vita dopo essere sopravvissuto alla strage del Bataclan. Lei ha mai pensato di farla finita? Perché continuava a vivere nonostante tutto? 

«A Birkenau c’erano tre modi per morire. Il primo di cosiddetta “morte naturale” con la quale s’intende che, passando 12 ore al giorno a lavorare al freddo, vestiti solo di un pigiama a righe, mangiando un tozzo di pane e un litro d’acqua sporca che loro chiamavano “minestra”, ci voleva poco a morire di stenti. Il secondo modo era finire in laboratorio: ti prendevi una dissenteria o qualsiasi altra cosa, abbiamo imparato per esempio che non dovevamo bere l’acqua contaminata del campo, e facevi l’errore di andare a chiedere una cura in ambulatorio, ma non erano previste cure per gli ebrei. Malato eri inutile e ti facevano subito fuori. Infine, c’era il filo spinato ad alta tensione. Ti ci schiantavi contro e finivi fulminato. Molti sceglievano quella strada, per non continuare a soffrire, ma anche perché sapevamo che quella macchina della morte si muoveva grazie alla nostra manodopera. Cinque forni crematori, cinque camere a gas e tutto funzionava attraverso il nostro lavoro. Per non dare soddisfazione ai tedeschi, per non sentirsi complici di quella bestialità, molti sceglievano il suicidio.»

E Lei ci è andato vicino?

«Sì. Ero al limite delle mie forze quando ho perso mio padre, si è suicidato perché non ha retto alla scomparsa di mia sorella (entrambi deportati a Birkenau ndr). Volevo farla finita anch’io, ma non potevo dimenticare le sue ultime parole, che mi intimavano di resistere. Mio padre è stata la persona più importante della mia vita e prima di morire mi ha detto: “tieni duro, ce la devi fare”. Suicidarmi avrebbe significato disobbedire a quella sua ultima preghiera. Non avrei mai potuto farlo.»

Selma interrompe il racconto, come se volesse fargli pendere fiato, lo guarda con occhi preoccupati, pieni d’amore. «Sami non ha mai superato questa vicenda. Non ha dimenticato nessun particolare, ha la visione di ogni cosa chiara davanti a sé. Non c’è una volta in cui parlandone non lo assalga il dolore. E ogni volta che lui soffre, soffro anche io» – candidamente ci spiega. Sami, però, ha ancora voglia di parlare, così insisto a chiedergli:

Dopo la morte di suo padre, c’è stata una figura a cui si è appoggiato? Un riferimento, qualcuno con cui resistere?

«Sì, il mio caro amico Piero Terracina (altro reduce di Auschwitz ndr). Fortunatamente ci siamo conosciuti, verso ottobre-novembre. Entrambi eravamo rimasti soli, avevamo vissuto le stesse difficoltà, lo stesso dolore. Un’amicizia che dura tutt’oggi, siamo legatissimi. E’ grazie a lui se ho iniziato a girare per le scuole, mi convinse insieme all’allora sindaco di Roma Walter Veltroni. Io non volevo, pensavo che i ragazzi non mi avrebbero creduto. Invece nel 2005, insieme anche con Selma, dopo 60 anni, Piero ed io, sottobraccio, tornammo ad Auschwitz. C’erano anche i ragazzi delle scuole, ero molto turbato. Quando mi sono girato e ho visto che quei ragazzi piangevano insieme a noi ho capito l’importanza di quello che stavamo facendo e ho giurato che non avrei mai più smesso.»

Da come parla di questi ragazzi in età scolare, quelli che oggi dipingono sempre e solo con lo smartphone in mano, sembra invece che ci sia speranza per le nuove generazioni.

«Certo che c’è. E in tal senso il lavoro degli insegnanti è fondamentale.»

Mi chiedo se ripensando a quei mesi ci siano dei colori che fanno da filtro. Come una fotografia, un’immagine, la cui trama è più grigia o più nera, un negativo in controluce.

«Non ci sono dei colori. C’è il mio stato d’animo, che è una piaga che non si chiuderà mai. Io non sono come le altre persone, ho una ferita dentro che non può ricucirsi. La paura della fame, del freddo, sono cose che non si cancellano. Non ho paura della morte, al contrario. Sono in soggezione di fronte all’abbondanza, quando vedo una tavola imbandita arretro. Ho vissuto con 125 grammi di pane al giorno. Quando i russi mi hanno trovato pesavo 24 kg, se fossero arrivati 10 giorni dopo ci avrebbero trovato tutti morti.»

Gli chiedo se in quelle circostanze ci fossero state comunque dimostrazioni d’umanità.  

«Non c’era alcuno spazio per l’umanità. In condizioni simili nessuno era in grado di esprimerla. Eravamo pezzi, smontati di ogni consistenza. Numeri, uguali a quelli che avevamo al braccio. Quando tornando dalla giornata di lavoro devi passare per le impiccagioni che avevano preparato affinché tu andassi a letto guardandole, la frustrazione è così grande da annientarti. Non sei più nulla.»

E quando è stato liberato, cosa ha pensato?

«Non ho realizzato subito, non potevo credere fosse finita la mia agonia. A tratti capivo, in altri momenti ero in confusione totale.»

Gli chiedo se sia preoccupato per l’ascesa dei partiti ultranazionalisti in Europa, ma è una domanda retorica. Ovviamente lo è, ma sono contenta lo stesso di avergli fatto la domanda, perché mi dice la cosa più preziosa di tutta la nostra conversazione.

«Sono preoccupato per i negazionisti e la cosa che mi preoccupa di più è che non lo fanno per ignoranza. Alcune di queste persone sono molto colte. Piero ed io abbiamo provato a metterci in contatto con loro, volevamo incontrarli e parlare civilmente. Hanno disertato l’incontro.  Ricordiamoci che quando c’è stata la Shoah i tedeschi erano considerati un popolo di grande cultura

Proprio così. Se l’olocausto può essere considerato il più grande dramma della storia umana è per questa ragione. Non è stata una pulizia etnica perpetrata da buzzurri incolti di un qualche posto lontano, sperdute tribù analfabete dagli arretrati costumi. La Shoah è un pugno allo stomaco dell’Occidente, lo sgambetto alla ridicola idea che il futuro possa riservare solo progresso, la certezza storica che nessuno è a riparo, nessuno può credersi al sicuro dal riscoprirsi la più indifesa delle vittime o il più mostruoso dei carnefici. E la “cultura”, qualsiasi cosa questa parola significhi, non basterà a proteggerci, se non è prima di qualunque altra cosa cultura dell’amore verso l’altro. Sami Modiano lo scrive e lo ripete continuamente il suo monito, composto da due sole parole scritte a caratteri cubitali: MAI PIU’.  Sorride, si dà dell’ignorante, si scusa se non scrive alla perfezione, per via di quello che gli successe non andò oltre le scuole medie. Nel frattempo, però, dice qualcosa in greco a sua moglie, lo fa spontaneamente, ma la cosa non passa inosservata. Su sollecitazione dei presenti risponde: «Parliamo quattro o cinque lingue». Sembra imbarazzato e più ci passi il tempo più vorresti abbracciarlo forte.

Non mi resta che fargli l’ultima domanda, la più scomoda: voglio sapere cosa ne pensi di Israele e del conflitto con i palestinesi, ma non faccio in tempo a esporla che Selma balza davanti alla mia richiesta come una leonessa che ha visto il pericolo avvicinarsi alla tana. «Non vogliamo esporci su questo, sono cose politiche, non c’entrano» – mi dice temendo strumentalizzazioni. Sami, invece, non sembra così turbato, è un uomo talmente buono di cuore da non riuscire a temere che le sue esternazioni possano essere fraintese. Tuttavia si trattiene, Selma lo guarda severa, non vuole che inciampi. Riesco a intuire che Selma ha dei parenti là, le sento bisbigliare “si difendono”, ma non si va oltre. Tuttavia, lanciano un messaggio di pace:

«Israele è sempre in guerra, vorremmo che questi due popoli potessero trovare la pace, preghiamo per questo» – dicono entrambi. Sami apre il suo libro, mi mostra una fotografia, mentre aggiunge:

«Questa è la mia classe di quando andavo a scuola. Vedi questi bambini? Non ce ne sono due della stessa religione. Sono nato sull’isola di Rodi, un posto meraviglioso dove ebrei, musulmani, cristiani convivevano tutti pacificamente. Significa che tutto questo è possibile. E anche questo, sì, l’ho vissuto sulla mia pelle».

Prima di andarmene lo ringrazio, ma non mi sembra riesca a farlo a sufficienza. Si va via tutti con addosso un gran bisogno di piangere. 

 

Sami Modiano

 

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